Uniti vinciamo… o forse no?

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“La politica è l’arte di cercare guai, trovarli ovunque, diagnosticarli erroneamente e applicare i rimedi sbagliati.” – Groucho Marx

Uniti. Sì, quella parola, così dolce e piena di promesse, è tornata a farsi sentire nei corridoi infuocati della politica italiana. Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, non fa che ripeterla come un mantra zen per la salvezza del centrosinistra: “Uniti vinciamo!”. Peccato che, mentre lei parlava al microfono con l’entusiasmo di chi ha appena scoperto l’elisir dell’unità, Giuseppe Conte, ex presidente del Consiglio e leader del Movimento 5 Stelle, fosse lì a gelarla con la freddezza di un frigorifero industriale: “Non siamo alleati”.

Ecco quindi il quadro: da una parte, Schlein che sogna un campo largo, dove tutto è possibile; dall’altra, Conte che disegna linee sottili tra ciò che si può fare e ciò che è solo un’illusione ottica. In mezzo, gli italiani spettatori di uno spettacolo che, se fosse una fiction, riceverebbe una nomination per il miglior dramma-comico dell’anno.

Il mantra di Elly – “testardamente unitario” – risuona come un ritornello ossessivo. Ma testardamente? A chi non verrebbe da pensare che a furia di essere testardi, qualcuno potrebbe finire col martellarsi il piede da solo? Il concetto di unità qui si fa nebuloso, una nuvola di buone intenzioni che rischia di evaporare prima ancora di toccare terra. Eppure, con un sorriso che va dal palco fino al cuore della platea, la leader dem insiste: “Riusciremo a costruire l’alleanza, uniti batteremo la destra, non gli faremo più il favore di dividerci”. Tradotto in linguaggio umano, significa più o meno: “Confidate in me, anche se ancora non ho capito bene come funziona questa cosa chiamata alleanza”.

Dall’altro lato, Conte sembra recitare una pièce teatrale tutta sua, una commedia di regole non scritte e condizioni da rispettare. “Non ci possiamo dichiarare alleati, noi siamo una forza diversa, abbiamo una storia diversa dalla Quercia coi cespugli intorno”. Ah, la botanica politica! Qui non si parla più di coalizioni, ma di alberi e cespugli, come se l’Italia fosse una gigantesca serra in cui ogni partito coltiva la propria flora ideologica con passione e molta ironia. La metafora è limpida: il Pd ha l’albero, il M5S ha i cespugli, e la destra probabilmente sta cercando un prato perfetto dove piantare il proprio girasole vincente.

Il weekend dei palchi incrociati – Reggio Emilia da una parte, Roma dall’altra – ha offerto uno spettacolo degno dei migliori cabaret politici. Schlein si agita sul palco, puntando l’indice come un direttore d’orchestra convinta di poter armonizzare un concerto sinfonico di discordia. Conte, con la calma di chi conosce già ogni nota della partitura, mette dei limiti chiari: si costruisce regione per regione, si trova un candidato credibile e competitivo, e solo allora si decide se chiudere l’accordo. Tradotto: la sinfonia può anche suonare, ma ognuno tiene il proprio spartito ben stretto.

Il concetto di “campo largo” assume così un significato quasi magico. È largo quanto basta per poterci passeggiare dentro, ma non così largo da dover condividere veramente qualcosa. È un campo da calcio immaginario, in cui tutti giocano ma nessuno passa davvero la palla all’altro. Schlein e Conte sembrano interpretare ruoli opposti in un teatro dell’assurdo: lei con la speranza di un’unità che somiglia più a un sogno collettivo, lui con la prudenza di chi sa che ogni passo falso può trasformarsi in un incidente diplomatico interno.

E mentre i leader discutono su alleanze e programmi, il pubblico, ossia i cittadini, guarda e annota. Gli applausi per Schlein risuonano come un’eco di entusiasmo giovanile, quelli per Conte come un tributo al realismo politico. Ma tra applausi e fischi – perché sì, c’è anche chi fischia quando si parla di Ucraina – emerge chiaramente che l’unità è più una speranza che una realtà tangibile. La politica italiana, come spesso accade, diventa così una combinazione di ideali nobili e pragmatismo tagliente, di parole altisonanti e azioni misurate.

Il conflitto tra Israele e Hamas diventa, paradossalmente, uno dei pochi punti di accordo tra i due leader. Ma anche qui la politica mostra il suo volto doppio: la solidarietà internazionale diventa un palcoscenico per mostrare unità interna, come se la geografia lontana potesse davvero tenere insieme due visioni politiche tanto diverse.

Schlein insiste sul concetto di tempo“Non perdiamo tempo in competizioni fra di noi, ogni minuto speso in polemiche è un minuto perso”. Una frase che sembra perfetta per un manuale di efficienza politica, peccato che la realtà trasformi ogni minuto in un’infinità di conferenze stampa, tweet e comunicati che fanno sembrare l’orologio un oggetto meramente decorativo. Conte, dall’alto della sua prudenza, replica implicitamente: meglio far bene pochi passi che correre rischi inutili. La saggezza? O il semplice istinto di sopravvivenza politica? Probabilmente entrambe.

Il paradosso diventa evidente quando si osserva il tentativo di armonizzare programmi e candidati. Da una parte, Schlein sogna un’Italia unita, dall’altra Conte applica il metodo “armata Brancaleone”: tutti insieme, ma ognuno con la propria bandiera, pronti a dividersi al primo segnale di crisi. La scena ricorda un po’ quei puzzle impossibili in cui i pezzi sembrano fatti per stare insieme, ma appena li provi ad incastrare, qualcosa non quadra.

E così, l’unità diventa quasi un gioco di parole, una sfida retorica che coinvolge politici, giornalisti e cittadini. È un esercizio di equilibrio tra sogno e realtà, tra aspirazione idealistica e pragmatismo calcato sulle mappe elettorali. La politica italiana appare così come un circo: artisti sul trapezio, equilibristi sul filo sottile dell’opinione pubblica, e pubblico che applaude o fischia a seconda della propria sensibilità.

Ma non finisce qui. Tra dichiarazioni di campo largo, cespugli simbolici e redditi di cittadinanza regionali, il vero spettacolo resta la capacità di tutti i protagonisti di reinventare la stessa realtà politica come se fosse nuova ogni settimana. Schlein parla di unità come se fosse una medicina miracolosa, Conte la congela in protocolli regionali e condizioni da rispettare. E il cittadino medio? Rimane a guardare, cercando di decifrare se ciò che vede è un dibattito serio o una commedia di equivoci ben orchestrata.

Alla fine, il concetto di “uniti vinciamo” assume un significato quasi mitologico. È una promessa sospesa, un ideale che convive con la realtà frammentata delle alleanze, un simbolo che funziona bene nei titoli ma fatica a trasformarsi in azione concreta. Schlein e Conte, con i loro approcci divergenti, incarnano perfettamente questo paradosso: desiderano la vittoria collettiva, ma con modalità così diverse da rendere ogni progresso un’eccezione piuttosto che una regola.

In conclusione, la politica italiana continua a offrire uno spettacolo unico: un mix di ironia, strategia e speranza. Uniti o divisi, testardamente o prudentemente, i protagonisti del centrosinistra sembrano giocare a un gioco in cui le regole cambiano continuamente e la vittoria non è mai garantita. E se il mantra di Schlein – “uniti vinciamo” – rimane solo una frase da citare, beh, almeno ci regala sorrisi, riflessioni e un pizzico di sano umorismo politico.

Perché in fondo, come disse Groucho Marx, la politica è soprattutto l’arte di trovare guai e cercare di risolverli, anche se non si sa bene come. E nel campo largo dell’Italia, tra cespugli, alberi e applausi incerti, sembra proprio che questa arte sia praticata con dedizione… e irresistibile ironia.

Carlo Di Stanislao

foto Rai

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