Il prezzo della verità: Giancarlo Siani, vittima della camorra e del tradimento del sistema editoriale

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Il sacrificio di Giancarlo Siani costituisce una ferita purulenta nella coscienza nazionale: rappresenta una condanna perpetua che grava come un macigno sul giornalismo italiano e sulle sue strutture marce, quelle che per dovere istituzionale avrebbero dovuto proteggere e invece hanno cinicamente abbandonato un giovane cronista alla solitudine e alla morte. Siani, collaboratore precario del quotidiano Il Mattino, era relegato nell’articolo 12 del contratto nazionale giornalistico, riservato ai “corrispondenti di redazione decentrata”, con una retribuzione da fame, quasi elemosina, e senza alcuna tutela aggiuntiva. Un inquadramento che, analizzato con rigore giuridico, configura oggi un oltraggio alla dignità professionale: un ragazzo che penetrava nelle viscere putride della camorra vesuviana, che si spingeva nell’abisso nero del potere criminale, veniva svilito contrattualmente come un factotum occasionale.

Mentre i colleghi blindati nell’articolo 1 godevano di condizioni dignitose e tutele concrete, lui rimaneva prigioniero di compensi da sussistenza, un paradosso vergognoso per chi quotidianamente brandiva la verità come una lama contro i clan. La direzione del Mattino di quegli anni, sotto la guida di Pasquale Nonno, giornalista di consolidata esperienza e riconosciuta autorevolezza, rimane oggi sotto l’imputazione della storia in una valutazione che la giustizia morale non consente più di procrastinare. Non si configurano processi sommari, ma l’accertamento di una verità documentale: nella gestione delle condizioni lavorative e di sicurezza di chi affrontava materie esplosive, il direttore e la proprietà hanno oggettivamente mancato di garantire quel livello minimo di protezione che la ragione giuridica, prima ancora che il diritto positivo, avrebbe categoricamente imposto.

L’omessa adozione di misure concrete si è tradotta in una condizione di abbandono che ha consegnato Siani, inerme e tradito, al destino che la cronaca ha registrato. È un fatto processuale che la storia non consente di mistificare: il giornale pubblicava le sue inchieste devastanti, lucrava prestigio e vantaggi commerciali dalla potenza dirompente di quelle denunce, ma lo retribuiva con condizioni contrattuali umilianti, spoglie delle garanzie elementari di sicurezza e dignità professionale.Ed è qui che la memoria si trasforma in atto d’accusa.

Non possiamo tollerare commemorazioni ipocrite, lapidi e ricorrenze rituali. Il nome di Giancarlo Siani impone rigore processuale, impone di squadernare senza pietà le responsabilità di un sistema editoriale che ha alimentato e pervicacemente continua ad alimentare disuguaglianze, precarietà e omertà. Il suo sacrificio brucia come un capo d’imputazione non solo contro i clan che ne decretarono l’eliminazione, ma anche contro quelle carenze strutturali criminogene che ne resero possibile l’assassinio.Eppure, il panorama attuale non presenta evoluzioni come ci si sarebbe illusi di constatare. Il servilismo mediatico e politico continua a strangolare l’informazione libera con metodi sempre più raffinati.

La premier italiana, Giorgia Meloni, da oltre un anno pratica sistematicamente l’elusione delle ordinarie conferenze stampa, fugge il confronto diretto, sottraendosi con calcolo al dovere democratico costituzionalmente sancito di rispondere sui nodi più scottanti. Quando, infine, si concede a una trasmissione televisiva di grande diffusione, si concorda vergognosamente una domanda personale su un suo ricordo nostalgico delle domeniche in famiglia .La risposta finita sulle “pastarelle” ha dato un’immagine quasi grottesca della Premier che l’ ha trasfigurata in un nano secondo da capo di governo a figura folkloristica da sagra paesana.
Ancora più grave dal punto di vista istituzionale, il silenzio ostinato sulla tragedia in Palestina e la mancata assunzione di posizioni nette su eventi di portata internazionale rivelano una scelta deliberata di omissione, in palese violazione dei doveri costituzionali di chi governa una democrazia.

In questo scenario desolante, il richiamo a Siani diventa lacerante: egli avrebbe denunciato con identica spietatezza i sistemi mafiosi contemporanei, quelli che non solo impugnano armi ma annientano popoli interi per freddi calcoli economici e interessi immobiliari speculativi, come nel conflitto israelo-palestinese, dove la logica del profitto si salda organicamente con quella della violenza strutturata. Mafie antiche e mafie nuove, diverse nelle metodologie operative ma identiche nella sostanza criminale.

La memoria di Giancarlo non può essere prostituita a celebrazioni farisaiche o retoriche vacue. È un testamento civile che obbliga giuridicamente a denunciare le condizioni di sfruttamento sistematico, la precarietà che marchia ancora a fuoco il giornalismo d’inchiesta, i silenzi che soffocano la voce dei cronisti più scomodi. Onorarlo davvero significa affrontare chirurgicamente i nodi irrisolti, riconoscere le disparità contrattuali che persistono come metastasi, come quella che allora lo condannò a un articolo 12 umiliante rispetto all’articolo 1 riservato ai redattori ordinari. Una disparità che non è meramente economica, ma costituisce soprattutto una violazione etica e professionale: espone i collaboratori a un ricatto permanente, li rende sacrificabili, marginali, proprio là dove il loro lavoro risulta più vitale per la democrazia.

La responsabilità del sistema editoriale, infatti, non si circoscrive alla sfera contrattuale. È una responsabilità che investe le scelte strategiche, le logiche industriali, le gerarchie interne di potere. Il caso Nonno al Mattino si configura come emblematico: un giornalismo apparentemente coraggioso da un versante, ma strutturalmente incapace , o deliberatamente non disposto , a garantire a chi quel coraggio incarnava le tutele minime di sopravvivenza professionale.

Oggi, lo stesso meccanismo si ripropone con forme rinnovate, meno brutalmente evidenti ma ugualmente letali: il servilismo sistematico verso i centri di potere politico ed economico, la censura silenziosa esercitata attraverso il controllo capillare delle risorse pubblicitarie, la marginalizzazione metodica delle voci indipendenti, la rinuncia programmata a un confronto pubblico onesto e trasparente da parte della classe dirigente.In definitiva, ricordare Giancarlo Siani non significa soltanto evocare retoricamente il destino tragico di un giovane cronista eliminato per aver osato raccontare la verità. Significa misurarsi processualmente con un sistema che, allora come oggi, perpetua forme strutturali di sfruttamento, di censura preventiva e di controllo totalizzante.

Significa riconoscere senza infingimenti che il suo coraggio costituisce lo specchio implacabile della nostra vigliaccheria collettiva. E significa comprendere che la sua eredità non chiede soltanto memoria commemorativa, ma pretende azione concreta: una riforma radicale delle condizioni lavorative nel giornalismo e una rinascita culturale fondata sulla responsabilità costituzionale, sulla trasparenza istituzionale e sul rispetto inderogabile della verità. Solo così il sacrificio di Giancarlo potrà cessare di essere un monito inascoltato e diventare finalmente il fondamento granitico di una nuova libertà di stampa, l’unica davvero degna di questo Paese e della sua Costituzione tradita.

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