© foto di SSC Bari
Per il Bari e per Fabio Caserta era l’ultima spiaggia. La panchina del tecnico traballava da giorni, e forse nemmeno una vittoria di misura sarebbe bastata a salvarlo dalle forche caudine di una dirigenza, colpevole, alla ricerca di un capro espiatorio dopo un mercato avaro di qualità. I biancorossi, precipitati in classifica e ormai a un passo dal baratro, avevano bisogno non solo dei tre punti, ma soprattutto di un segnale: gioco, carattere, corsa, idee, personalità. Al San Nicola arrivava il Padova, neopromossa ma già capace di due successi – uno pesante a Monza – e a caccia di una vittoria che in terra barese mancava da sessant’anni. Un “derby taumaturgico” tra San Nicola e Sant’Antonio, ironia della sorte nel giorno di San Francesco, e perfino un derby nel derby: il galletto contro la faraona padovana. Alla fine una “manna” nicolaiana quanto mai inaspettata è caduta sulla squadra.
Caserta cambia ancora formazione ritornando al “suo” 4-3-3 con la seguente formazione: Cerofolini, Dickmann, Meroni, Nikolaou, Burgio, Pagano, Verreth, Castrovilli (capitano), Antonucci, Gytkjaer e Rao. Con la benedizione di San Nicola. Come nelle previsioni Dorval manca tra i titolari.
Pochi i tifosi, come nelle previsioni, situazione ideale per provare a vincere. Si sa che più c’è entusiasmo tanto più si perde. Tanto meno entusiasmo c’è (mancanza di “priscio”) più certo è il risultato positivo. E anche oggi la regola è stata confermata, una regola tutta biancorossa.
Il primo tempo del Bari è stato un lento scivolare nell’inconsistenza. La squadra di Caserta parte con l’illusione di voler comandare il gioco: un tiro centrale di Antonucci e una clamorosa occasione di Meroni, che a porta vuota spedisce di testa sul fondo, sembrano preludere a una svolta. Ma è solo un fuoco fatuo. Poco dopo Nikolaou si arrende per infortunio, e l’ingresso del giovane Kassama, gettato nella mischia in piena emergenza difensiva, diventa il simbolo di un Bari che deve improvvisare tutto, anche il coraggio.
Da lì in avanti la squadra si sgonfia, prigioniera delle proprie paure. Verreth e Pagano non trovano passo né misura, Gytkjær vaga per il campo come un’ombra senza spinta, e Antonucci con Rao si limitano a giocate orizzontali, incapaci di accendere la scintilla. Solo Burgio, con un cross invitante e un lampo di Antonucci, prova a scuotere un ambiente già nervoso, ma Fortini spegne l’ennesimo tentativo.
Il Padova, più leggero di testa e più ordinato, penetra con facilità, sfruttando un centrocampo biancorosso senza filtro e una difesa che si regge quasi solo sulle chiusure di Meroni. Crisetig dirige il gioco avversario come in un allenamento, Barreca e Lasagna crossano indisturbati, e il Bari dà l’impressione di temere ogni pallone, di giocare col freno a mano tirato.
Il ritmo è basso, la mente bloccata. Ogni passaggio pesa, ogni scelta è rinviata. È il Bari di Chiavari che torna in scena: timido, spaventato, senza idee né leadership. I fischi del San Nicola non sorprendono: la squadra cammina, nessuno si assume responsabilità, e persino Castrovilli, pur superiore tecnicamente, finisce risucchiato nel grigiore generale. Un primo tempo impresentabile, dove l’unico movimento reale è stato quello del pubblico, oscillante tra la delusione e la rabbia.
Il secondo tempo si apre con due cambi che suonano come un ultimo tentativo di rianimazione: dentro Dorval e Moncini, fuori Burgio e Gytkjær. Caserta cerca ossigeno, ritmo, qualcosa che somigli a una scossa. Ma la risposta del campo è brutale: dopo appena quattro minuti, un lancio del Padova taglia la difesa come burro, Kassama si addormenta, Bortolussi scatta in posizione regolare e batte Cerofolini con una freddezza da veterano. Il Bari tocca il fondo.
Da lì, il nulla. Una squadra senza anima, senza struttura, senza un’idea che sia una. Il Padova — neopromosso, umile, ma organizzato — gioca a memoria, mentre i biancorossi sembrano improvvisare ogni movimento, sbagliare l’ovvio, smarrire le basi stesse del calcio. Crisetig e compagni manovrano a piacimento, affondano con facilità, e solo Cerofolini, sempre più spesso il migliore in campo, evita che il passivo diventi pesante. Bortolussi sfiora ancora il raddoppio, prima di testa poi con un tiro deviato in angolo, mentre sugli spalti cresce una rabbia muta, fatta di incredulità e rassegnazione.
Caserta prova l’ennesimo cambio, Cerri per Antonucci, ma il copione non cambia: il Bari non reagisce, non lotta, non comunica. È una squadra clinicamente spenta, priva di orgoglio. Il Padova, con le sue armi modeste, sembra il Manchester City, e non è un modo di dire: basta poco per far apparire enormi gli avversari quando si è così piccoli dentro.
Poi, all’improvviso, un episodio riscrive la storia. Moncini viene trattenuto in area da Capelli: rigore per il Bari, rosso diretto per il difensore padovano. Moncini si presenta sul dischetto, e con coraggio trasforma. È l’1-1 che arriva dal nulla, una boccata d’aria in una serata tossica. Il Bari ora ha un uomo in più, ma non la mentalità per approfittarne. La manovra resta impacciata, lenta, confusa. Caserta getta nella mischia anche Pereiro, ma la luce non si accende mai del tutto.
Eppure, quando il destino sembra già scritto, all’84’, Dorval pennella un cross perfetto, e Cerri — con la sua altezza, più che con la convinzione — insacca di testa. È il 2-1 tra lo stupore generale: un vantaggio quasi casuale, che più che entusiasmare, imbarazza. Il Padova, stanco e in dieci, si arrende. Il Bari, invece, vince senza meritarlo, come già a Chiavari, raccogliendo punti che coprono solo in parte una realtà desolante.
Il fischio finale libera tutti, ma non consola nessuno. È una vittoria amara, figlia dell’inconsistenza altrui più che del merito proprio. Un Bari così brutto non si vedeva da decenni, forse dai tempi di Giulio Corsini, e chi ha i capelli bianchi può giurarlo.
Il Bari porta a casa la prima vittoria stagionale, ma lo fa nel modo più paradossale possibile: senza meritarla. Tre punti d’oro per la classifica e per il morale, certo, ma che non cancellano — nemmeno per un istante — la pochezza vista in campo. È stato un successo casuale, non cercato, arrivato per inerzia più che per convinzione. La squadra resta un insieme confuso, privo di identità, carattere e ritmo. In difesa si sbandava, a centrocampo regnava il vuoto, in attacco si sopravviveva a sprazzi.
“Non basta vincere, bisogna convincere”, diceva Valcareggi, e oggi il Bari non ha convinto nessuno. Caserta ha ottenuto il risultato, ma la sensazione è che si tratti di una vittoria di carta, fragile come il gioco che l’ha prodotta. Anche i migliori, Dorval e Castrovilli, hanno dovuto improvvisare in mezzo al disastro. Gytkjær, quello che doveva essere il colpo di mercato, è il simbolo di una squadra che non si regge in piedi: lento, spaesato, impalpabile. Ma il problema va oltre i singoli — il Bari, oggi, non ha anima né struttura.
Si può cambiare tecnico, certo, ma se manca la sostanza non basta un nome in panchina per rianimare un corpo senza pulsazioni. Forse servirebbe un elettroshock. O forse, come scriveva Pirandello, “la verità non sta in un solo sogno, ma in molti sogni”: e il Bari di oggi sembra non averne nessuno.
Ora arriva la sosta, e deve servire a riflettere. Sul piano tecnico, fisico, mentale. Perché così non si può andare avanti. La squadra è inferiore a tutte, piatta, monotona, incapace di reagire. Anche i tifosi – meno di diecimila sugli spalti – hanno lanciato un segnale chiaro: la passione si sta spegnendo. E se il fuoco del tifo si affievolisce, rischia di restare solo la cenere.
Che ci si tenga i tre punti, dunque, ma che si faccia qualcosa, e presto. Come ammoniva Machiavelli, “non si deve lasciare crescere un male per evitare una guerra, perché non si evita, ma si differisce solo a proprio danno”. Bari è ancora in tempo per cambiare rotta, ma il tempo, ora, scorre veloce e silenzioso come la delusione.
Massimo Longo














