Tre carabinieri in un Paese che deve credere in se stesso

Attualità & Cronaca

Di

di Domizia Di Crocco 

Ci sono notizie che non si riescono a leggere fino in fondo. Tre carabinieri morti, altri feriti. Oltre che  una cronaca nera, è un colpo al cuore dello Stato, perché dietro quelle uniformi non ci sono simboli, ma persone che la mattina si alzano, salutano i propri figli, e vanno a fare un lavoro che li espone ogni giorno al rischio di non tornare più a casa.

È facile dire “onore ai caduti”, ma la verità è che questo onore, nel nostro Paese, spesso dura lo spazio di un titolo sui giornali. Poi tutto torna come prima: l’indifferenza, la retorica, le parole vuote. Eppure dovremmo fermarci. Chiediamoci cosa significhi davvero vivere in uno Stato di diritto — e se ci crediamo ancora.

 Ricordiamolo!  La giustizia non è una bandiera da sventolare quando conviene, ma un principio da difendere sempre, anche quando è scomodo. Non può esserci un Paese libero se la legge diventa un’arma di partito o un terreno di propaganda. I carabinieri che oggi piangiamo servivano lo Stato, non un colore politico. Difendevano tutti, anche chi oggi si volta dall’altra parte.

In questi momenti di dolore collettivo dovremmo ritrovare il senso della misura, del rispetto, della memoria. Non si tratta solo di chiedere pene esemplari — che pure sono doverose — ma di riscoprire il valore della responsabilità: un Paese che non rispetta chi lo difende è un Paese che smette lentamente di rispettare se stesso.

Mi auguro che la legge faccia il suo corso, fino in fondo. Non per vendetta, ma per giustizia. Solo così possiamo ancora dire di vivere in uno Stato di diritto, e non in uno Stato di parte.

Basta con gli slogan! Serve silenzio, verità e coscienza, oltre che la promessa — silenziosa, ma solenne — che il sacrificio di quei tre carabinieri non sarà dimenticato tra social e TV, ma resterà inciso nella coscienza di chi ancora crede in questo Paese.

foto fb

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