Femminicidio oppure…
Un uomo uccide una donna, quindi è femminicidio, l’ennesima vittima di violenza di un uomo su una donna.
Il caso alimenta dibattiti, infervora gli opinionisti negli studi televisivi, alimenta il ruolo di personaggi altrimenti sconosciuti.
Una donna è morta e non può dire niente, un uomo è in galera e non può parlare.
I due attori principali sono muti, mentre ci sono persone che parlano per loro, fanno congetture, prendono posizioni, ognuno con il proprio ruolo, chi è a favore, chi è contrario, chi tollerante, chi intransigente, chi rappresenta la legge e chi la contesta, chi rappresenta la parte debole, la parte offesa, mentre c’è chi non può più parlare e chi muore in un carcere.
Un uomo uccide una donna e invece di domandarsi come prevenire tutto questo, come salvare vite, si usa una morte per portare acqua al proprio mulino, per alimentare delle proprie battaglie, di personale sopravvivenza, perché sono battaglie senza una soluzione.
Il giornalista dovrebbe raccontare i fatti, e i fatti sono che un uomo ha ucciso la donna che amava, lei lo amava al punto di permettergli di ucciderla, questo è il quadro, questo è ciò che spaventa.
Perché un uomo uccide la donna che ama? Perché una donna si lascia uccidere dall’uomo che ama?
In questa dinamica c’è tutta la dinamica del potere, tra persone, tra uomini e donne, tra un uomo e la “sua” donna.
Perché amare qualcuno alla lunga prevede un grado di possesso, un possesso che ha almeno due letture diverse, il “possesso” visto dal punto di vista femminile e il “possesso” dal punto di vista maschile.
Se non partiamo da questo punto non capiremo mai niente.
Uomini e donne non sono uguali, ed è comunque una semplificazione. Perché ogni relazione ha delle dinamiche interne, delle variabili che nessuno può prevedere, nessuno può stabilire a prescindere quale sarà il punto di equilibrio di quella coppia, per quanto delle convenzioni sociali ci facciano credere il contrario.
Un uomo di 52 anni e una donna di 29 anni cosa avevano in comune? Probabilmente il desiderio di riuscire nella vita, una vita fatta di feste, soldi, auto di lusso e una vita agiata.
Lui era un uomo di successo con alti e bassi, lei una donna di successo, innamorata di un uomo che non riusciva a rendere felice del tutto, perché lui non era riuscito bene quanto era riuscita lei.
Questo dramma di amore e dolore, somiglia molto al caso Cecchettin, il successo nella vita dei due ragazzi li ha messi in competizione ed è sempre l’uomo che accusa il colpo più forte.
E su questo la questione “Patriarcato” crea non pochi problemi.
Perché a dispetto di quanto siamo cambiati in 50/70 anni, siamo una società che ha visto sempre gli uomini dover dimostrare un qualche talento, per vincere il premio della “rispettabilità”.
Una donna intelligente e di successo, è sempre stata, per secoli, una eccezione piacevole (a volte anche mal vista), ma pur sempre un’eccezione, qualcosa che non era richiesta, non era indispensabile alla sopravvivenza.
Non si cercano giustificazioni, un delitto va’ punito, ma per quanto ci si possa sbilanciare verso una società più giusta e paritaria, per quanto le donne oggi abbiano il diritto di competere ed essere competenti, tanto quanto gli uomini, veniamo da un retaggio culturale, che vede una donna di successo come una possibilità, mentre per un uomo il successo è ancora una necessità.
Il successo minato è visto, da chi non ha un carattere strutturato, come un attentato alla propria sopravvivenza.
L’irrazionalità, la paura, la fragilità, l’incapacità di accettare il dolore, fa’ il resto.
Non c’è solo una vittima, come sempre in queste storie le vittime sono due, e chissà quanti sono vittime, senza che un delitto porti alla luce quel dolore.
Se una donna muore per mano dell’uomo che l’amava, probabilmente quell’uomo è già arrivato da tempo al suo personale limite di tolleranza del suo dolore.
Valentino Angarano
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