di Domizia Di Crocco
Negli ultimi anni, l’Italia sta assistendo a un fenomeno che passa quasi inosservato, ma che ha implicazioni profonde: sempre più pensioni italiane vengono versate all’estero. Non si tratta di un’anomalia statistica, bensì di una tendenza consolidata. Secondo i dati dell’INPS, oggi sono oltre 400 mila i trattamenti previdenziali pagati fuori dai confini nazionali, distribuiti in più di 160 paesi.
Dietro i numeri, però, si nasconde un effetto che riguarda da vicino la finanza pubblica italiana.
Un flusso in uscita che drena risorse dal circuito interno
Ogni pensione pagata all’estero rappresenta una spesa che non genera ritorni economici interni. Quei soldi – frutto dei contributi di una vita di lavoro in Italia – finiscono nei circuiti economici di altri paesi: affitti, sanità, consumo locale. È denaro che esce e difficilmente rientra. In termini macroeconomici, significa un deflusso di domanda interna. Meno consumi, meno IVA incassata, meno indotto per le piccole imprese.
Non solo: quando il pensionato si trasferisce stabilmente all’estero, spesso perde la residenza fiscale italiana. E con essa, anche il suo contributo in termini di tasse. Molti paesi – come Portogallo, Grecia e Croazia – offrono regimi agevolati ai pensionati stranieri, con imposte ridotte o addirittura nulle sui redditi previdenziali. Così, una parte della ricchezza generata in Italia finisce per finanziare le casse di altri Stati.
L’effetto sul bilancio pubblico
Dal punto di vista contabile, la pensione erogata all’estero resta un costo a carico dell’INPS, ma non produce benefici indiretti per lo Stato. In Italia, infatti, ogni euro speso in pensioni tende a “ricircolare”: il pensionato paga l’IVA sulla spesa quotidiana, l’IMU sulla casa, le addizionali comunali e regionali. All’estero, quel circuito si spezza. L’Italia paga, ma non incassa nulla in cambio.
Gli economisti parlano di fuga della spesa pubblica: una parte crescente dei trasferimenti statali non alimenta più l’economia nazionale, ma quella di altri paesi. In prospettiva, se il fenomeno dovesse crescere, potrebbe erodere la base fiscale e aggravare lo squilibrio già delicato tra entrate e uscite del sistema previdenziale.
Un segnale che non va ignorato
Certo, non si può “vietare” a un pensionato di vivere dove vuole. Ma ignorare il fenomeno sarebbe miope. La crescente attrattività fiscale dei paesi del Sud Europa dovrebbe spingere Roma a interrogarsi sul proprio modello di welfare e sul peso fiscale gravante sui redditi fissi. Molti di coloro che si trasferiscono all’estero non lo fanno per desiderio d’avventura, ma per necessità: perché con 1.200 euro al mese in Italia si sopravvive, mentre altrove si vive.
Se davvero vogliamo trattenere queste risorse – e queste persone – serve una politica fiscale più intelligente, che premi chi resta e non punisca chi invecchia. Ridurre la pressione tributaria sui pensionati residenti, incentivare il consumo locale, semplificare i servizi sanitari e assistenziali: sono misure che, a lungo termine, valgono più di mille slogan.
Perché ogni pensionato che se ne va non è solo un cittadino in meno: è un pezzo di economia che si stacca dal corpo del paese. E finché non ne prenderemo coscienza, continueremo a pagare pensioni italiane che alimentano economie straniere.
Consulta anche gli articoli pubblicati su:













