Superbonus 110%: un’eredità pesante per i conti pubblici e diseguale nei benefici

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Superbonus 110%: un’eredità pesante per i conti pubblici e diseguale nei benefici . Un’idea ambiziosa nata in emergenza

In tempi difficili per la finanziaria 2025, è bene dire la verità. Badando ai numeri e alle dichiarazioni anche della Magistratura contabile dello Stato e non alle propagande politiche: il Superbonus è stato un disastro. Punto.
Il Superbonus 110%, introdotto nel 2020 con il Decreto Rilancio, nacque come misura straordinaria per rilanciare l’economia post-pandemia e incentivare la riqualificazione energetica e antisismica del patrimonio edilizio italiano. Lo Stato copriva integralmente (e oltre) le spese sostenute dai cittadini, attraverso un credito d’imposta cedibile o sconto in fattura.
Un progetto unico in Europa, che ha effettivamente generato un boom di cantieri, con benefici immediati per il settore delle costruzioni e per il PIL nel biennio 2021-2022.

Tuttavia, il rovescio della medaglia è emerso con chiarezza negli anni successivi.

Secondo le stime del Ministero dell’Economia e delle Finanze, il costo complessivo della misura ha superato i 150 miliardi di euro, incidendo in modo diretto sul deficit e sul debito pubblico.

La Corte dei Conti, nella sua relazione del 2024, ha definito il Superbonus una misura con “effetti negativi di dimensione macroscopica” sui conti dello Stato. L’istituto di controllo contabile ha sottolineato come le continue proroghe e l’ampliamento delle finalità originarie abbiano determinato uno sbilanciamento strutturale della spesa pubblica.
Sempre secondo la Corte, sulla base dei dati ENEA aggiornati al 31 maggio 2024, lo Stato si è già impegnato per circa 126,3 miliardi di euro di lavori conclusi, una cifra che – considerando i cantieri ancora in corso – può salire fino ai 150 miliardi.

Inoltre, la relazione della Corte dei Conti del dicembre 2024 ha stimato che, anche includendo le maggiori entrate fiscali indirette generate dall’indotto, il tempo di ritorno dell’investimento pubblico supera i 24 anni, e in alcuni scenari arriva fino a 35 anni.

In altre parole, il cosiddetto “moltiplicatore fiscale” è risultato molto più debole di quanto previsto nelle ipotesi iniziali.
Sebbene il Superbonus fosse concepito come misura universale, i principali beneficiari sono stati i condomini e i grandi proprietari immobiliari, dotati di maggiore capacità finanziaria e di strumenti per accedere alle complesse procedure di cessione del credito.
Il singolo proprietario di casa ha spesso incontrato ostacoli burocratici, difficoltà di liquidità e incertezza normativa.
Molti osservatori ritengono che la misura abbia finito per accentuare le disuguaglianze territoriali e sociali, concentrando i vantaggi nei grandi centri urbani e nelle zone economicamente più forti, mentre le aree interne e i piccoli comuni sono rimasti ai margini.
Il boom improvviso della domanda ha generato una fiammata dei prezzi dei materiali edilizi e della manodopera, con rincari fino al 40% in alcuni comparti. Ciò ha ridotto drasticamente l’efficienza economica dell’intervento, erodendo parte del beneficio energetico e ambientale previsto.
In parallelo, la complessità del sistema di crediti fiscali e la mancanza di controlli tempestivi hanno aperto spazio a frodi e speculazioni, per un valore stimato in diversi miliardi di euro.
La Legge di Bilancio 2025 segna di fatto la chiusura della stagione del 110%. Le nuove regole puntano a una gestione più prudente della spesa, con incentivi mirati alle famiglie a basso reddito e ai condomini energeticamente più inefficienti.
Tuttavia, gli effetti delle passate emissioni di credito continuano a pesare come una zavorra sui conti pubblici. La Corte dei Conti ha parlato apertamente di “una voragine nei bilanci dello Stato”, frutto di una misura che ha oltrepassato i limiti della sostenibilità fiscale.
Il Superbonus 110% resta una delle politiche economiche più controverse della recente storia italiana: ha sostenuto il settore edilizio e accelerato la transizione verde, ma a un costo enorme e con benefici distribuiti in modo diseguale.
L’esperienza lascia una lezione chiara: la transizione ecologica deve poggiare su basi finanziarie solide e su strumenti più mirati, capaci di conciliare equità sociale ed efficienza economica.
Come ha ricordato la Corte dei Conti, la sfida futura sarà “coniugare l’ambizione ambientale con la sostenibilità delle finanze pubbliche” — una sfida che l’Italia non può più permettersi di rimandare.
Francesco Magisano

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