“Moulin Rouge! Il Musical” al Sistina Chapiteau

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Prima assoluta di uno spettacolo grandioso, che ripensa il palco come laboratorio senza rinunciare al divertimento

La prima cosa che colpisce in “Moulin Rouge! Il Musical”, andato in scena in prima assoluta giovedì 23 ottobre al Sistina Chapiteau di Roma, è la qualità del lavoro: nei testi, nella composizione, nell’elaborazione delle canzoni, ma anche nella costruzione scenografica e nei costumi. Un lavoro solido, coerente, che va oltre il valore della produzione (pure di rilievo e realizzata su licenza dell’australiana Global Creatures) per esprimersi nel rapporto stretto fra testo e messa in scena.

 

“Moulin Rouge!” conferma un’idea di spettacolo musicale inteso come partitura e laboratorio, in cui i significati si ridefiniscono prima, durante e dopo la traduzione scenica, nel passaggio continuo tra scrittura, interpretazione e dimensione teatrale.

 

Lo spettacolo parte dalla scelta precisa di Massimo Romeo Piparo di abolire ogni distanza tra attori e pubblico, che assume il ruolo di protagonista attivo della rappresentazione. Non c’è sipario, non c’è distanza. Ancor prima dell’inizio, con le acrobazie degli arealisti Agostino Solagna, Eleonora Friello, Giorgia Giammona, Elisa Pattuglia, Despoina Kossyvaki. La scenografia, tre palchi incorniciati come quadri di Lautrec o come l’inquadratura di una cinepresa, diventa dispositivo di attraversamento continuo. Il soffitto dello Chapiteau si trasforma in una volta stellata che avvolge la platea, mentre gli attori entrano, escono, si rivolgono direttamente agli spettatori, rompono la quarta parete con naturalezza. Non è provocazione, ma necessità drammaturgica.

 

Il Moulin Rouge che si racconta qui è uno spazio di rivolta, un luogo dove la rivoluzione non è solo evocata, ma praticata. “Non tradire i figli della rivoluzione”, recita uno dei passaggi chiave dello spettacolo, e quella rivoluzione si compie innanzitutto nel linguaggio teatrale.

 

Luca Gaudiano interpreta Christian con un’intensa tensione emotiva, mentre Diana Del Bufalo conferisce a Satine una sensualità composta e la consapevolezza di un dolore più profondo.

 

Emiliano Geppetti costruisce un Harold Zidler che regge l’intera macchina narrativa con mestiere e presenza scenica. Il suo impresario è eccentrico quanto basta, carismatico senza eccessi, consapevole del proprio ruolo di demiurgo e buffone insieme. Gilles Rocca porta in scena un Santiago carnale e mobile, capace di tenere il palco con una fisicità che non è mai pura esibizione. Mattia Braghero disegna un Duca di Monroth efficace nella sua volontà di dominio. Il suo cinismo è freddo, razionale, definito. Daniele Derogatis nel ruolo di Toulouse-Lautrec trova un equilibrio sottile tra ironia e malinconia, restituendo al pittore bohémien quella funzione di testimone necessario, che la struttura metateatrale dello spettacolo richiede.

 

L’ensemble di “Moulin Rouge! Il Musical”, coreografato da Billy Mitchell, porta in scena fisicità naturali (ph: Gianluca Saragò)

Anche il cast, formato da Elga Martino, Sabrina Ottonello, Gloria Enchill, Raffaele Rudilosso e l’ensemble dei performers, rompe con le convenzioni del teatro musicale tradizionale o con i canoni del balletto classico. Billy Mitchell, che firma le coreografie, lavora con fisicità naturali, realistiche. Sono artisti che sanno ballare, cantare, recitare, ma che portano in scena una varietà di presenze, elemento insolito nei grandi musical.

 

Il French Cancan, momento emblematico, non tradisce le aspettative, ma è nel lavoro corale che lo spettacolo trova la sua forza, con i corpi che si muovono insieme, che occupano lo spazio, che lo abitano senza gerarchie visive rigide.

 

La colonna sonora dal vivo, un’opzione che da sola vale il prezzo del biglietto, è diretta dal Maestro Emanuele Friello e affidata a Federico Zylka/Enrico Scopa (tastiera 2), Simone Gianlorenzi (chitarra 1), Andrea Inglese (chitarra 2), Stefano Marazzi (batteria), Guerino Rondolone (contrabbasso), Antonio Padovano (tromba), Giuseppe Russo (sax/clarinetto), Monica Canfora (violino) e Zsuzsanna Krasznai (violoncello). L’esecuzione procede per contaminazioni successive. L’armonia e la melodia partono da un brano, poi vengono smontate, ricostruite con altre parole e altri sensi. Si riconoscono David Bowie, Lady Gaga, Queen, Elton John, Rihanna, Madonna e molti altri.

 

Ciò che arriva non è un medley nostalgico, né una semplice raccolta di hit rivisitate, ma un lavoro di riscrittura che rispetta la popolarità dei brani senza appiattirsi su di essa, che usa la riconoscibilità dei motivi come punto di partenza per costruire nuove suggestioni. La band diventa così parte integrante dell’azione e presenza autonoma.

 

Verità, Bellezza, Libertà, Amore, i quattro valori della filosofia bohémien, che attraversano il racconto non sono slogan, ma problemi aperti, questioni che il Toulouse-Lautrec di Derogatis rilancia continuamente al pubblico.

 

E tutto questo si regge perché il teatro, quando funziona davvero, non è mai solo spettacolo. È un luogo in cui si fa esperienza di qualcosa che fuori non c’è. E’ un gioco. Un gioco, che non è disimpegno, ma piuttosto un teorema di libertà assoluta.

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