Di Domitia Di Crocco
C’è un video che in questi giorni ha ricominciato a circolare sui social. È un intervento di Enrico Berlinguer del 1972, trasmesso nella Tribuna Politica, in cui il segretario del PCI mette in guardia contro le derive autoritarie e il rischio che la democrazia, svuotata dall’interno, perda il suo significato più profondo (video completo qui: https://www.facebook.com/ciro.pellegrino/videos/berlinguer-voi-fascisti-davanti-ai-partigiani-siete-sempre-scappati/1403853176648169/). Rivederlo oggi fa un certo effetto. Perché le sue parole, pronunciate decenni fa, sembrano scolpite per il nostro presente.
Berlinguer non parlava di un ritorno formale al fascismo, ma di un meccanismo più subdolo: la progressiva rassegnazione dei cittadini, l’abitudine all’arbitrio, la perdita del senso critico, la convinzione che le regole possano essere piegate se serve “al bene del Paese”. È esattamente su questo terreno che oggi ci stiamo muovendo di nuovo.
Negli ultimi mesi, le scelte del Governo hanno iniziato a delineare un quadro preoccupante. Si parla di riforme costituzionali che accentuano il potere dell’esecutivo, di controlli sempre più stretti sull’informazione, di un linguaggio pubblico che trasforma il dissenso in nemico. Ogni volta che qualcuno solleva un dubbio, viene tacciato di antipatriottismo o di “vecchio comunismo”. È la strategia più antica del potere: delegittimare chi critica, anziché rispondere nel merito.
Eppure, basterebbe sfogliare i libri di storia per ricordare come iniziano certi scivolamenti. Non con un colpo di Stato, non con un proclama, ma con una serie di piccole concessioni: una legge che limita un diritto “per sicurezza”, un decreto che concentra poteri “per efficienza”, un taglio ai fondi della cultura “per risparmiare”. E intanto il linguaggio pubblico si indurisce, la complessità scompare, e chi dissente viene dipinto come un fastidio.
Il fascismo non ritorna con le camicie nere. Ritorna quando l’opinione pubblica si abitua al conformismo, quando si accetta che chi governa stia “sopra” la legge in nome della stabilità. Ritorna quando si smette di discutere.
Non si tratta di usare parole grosse o di fare allarmismo. Si tratta di riconoscere i segnali. Quando un Governo mette mano alla Costituzione senza un reale consenso condiviso, quando concentra la comunicazione nelle mani di pochi, quando normalizza il linguaggio dell’odio e delegittima l’opposizione, non sta solo “governando diversamente”: sta cambiando le regole del gioco.
Berlinguer, in quel video, ricordava che la democrazia non è mai conquistata una volta per tutte: “Va difesa ogni giorno, contro la tentazione dell’indifferenza e dell’obbedienza cieca.” Oggi, quella frase suona come un monito diretto a ciascuno di noi.
Perché il vero pericolo non è un ritorno formale al fascismo, ma la nostra passività. L’idea che “tanto non cambia nulla”. È esattamente da lì che riparte la storia che pensavamo chiusa.














