Il 2 novembre 1975 se ne andava Pier Paolo Pasolini. Non parleremo oggi di come morì, ma di ciò che resta — vivo, necessario, urgente — della sua voce. Pasolini fu poeta, regista, romanziere, ma soprattutto intellettuale nel senso più alto e raro del termine: uno che pensava con il corpo, con la lingua, con la passione civile e con una fede inquieta. Comunista e credente, razionale e mistico, sapeva abitare le contraddizioni senza farsene divorare.
Con una lucidità che oggi sembra profetica, Pasolini seppe leggere l’Italia che stava nascendo: quella della televisione, del consumismo, della falsa libertà che omologa e svuota. Vedeva già allora un popolo ipnotizzato dai palinsesti, sedotto da un nuovo potere più sottile e più feroce di quello politico: il potere del conformismo mediatico. La sua voce fu un grido e insieme un lamento, ma mai un urlo scomposto. Pasolini non cercava lo scandalo: cercava la verità, anche quando bruciava.
La sua intelligenza non fu mai compiaciuta né arrogante. Fu arguta, sempre in ascolto, sempre attenta alla complessità. Nelle cose del mondo — anche nelle più oscure — sapeva riconoscere, come scrisse Italo Calvino ne Le città invisibili, ciò che “non è inferno”. E in questo sforzo di distinguere, di salvare il frammento di umano dal caos, si compiva la sua grandezza morale.
Fu anche l’uomo che ebbe il coraggio di difendere i poliziotti colpiti dagli estremisti di sinistra, ricordando che anch’essi erano figli del proletariato, della stessa madre: l’Italia. In quel gesto, tanto discusso quanto limpido, si rivela tutta la sua pietas: la capacità di guardare oltre gli schieramenti, di vedere gli uomini prima delle ideologie.
Tra i suoi ultimi scritti, Saluto e augurio — conosciuto come Destra divina — resta uno dei più sorprendenti. In un dialogo con un giovane fascista, Pasolini rivendica il valore della tradizione, non come chiusura, ma come fondamento di identità. “Difendi, conserva, prega”: tre verbi che non suonano come una resa, ma come un atto d’amore verso la cultura e la spiritualità di un popolo smarrito.
In quella riflessione, e nei suoi dialoghi con Ezra Pound, poeta americano dal destino tormentato, Pasolini riconosceva la necessità di una tradizione viva, non ideologica ma poetica, come radice spirituale e linguistica da cui ripartire. Anche nel confronto con chi gli era lontano per storia e pensiero, cercava il punto in cui la parola si fa verità, non bandiera.
Oggi molti si affrettano a evocare il suo nome, a paragonarlo a figure contemporanee che con lui non hanno nulla in comune. È un errore — e forse una mancanza di rispetto. Pasolini non fu mai un intellettuale di parte, non seminò odio né si nutrì di risentimento. Fu un uomo che pagò il prezzo della libertà di pensiero, senza mai rinunciare alla tenerezza dello sguardo.
Quanto ci manca oggi quella voce. Quell’intelligenza che sapeva essere insieme eretica e corsara, capace di amare l’Italia anche quando la rimproverava.
Pasolini non appartiene al passato: è la nostra coscienza che ancora ci parla.
Pier Paolo Pasolini: Eretico e Corsaro dell’Italia che fu (e che ancora ci interroga)
Last modified: Del 1 Novembre 2025 alle ore 20:29














