Libia, le Ong rompono il silenzio: “Se l’Italia non chiude, chiudiamo noi”

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“La misura dell’uomo si vede da come tratta chi non ha alcun potere.”
— J. K. Rowling

Nella parola Libia si concentra oggi tutto il peso delle nostre contraddizioni. Un nome breve, cinque lettere, che racchiude il dramma di un mare che è diventato confine, cimitero, ferita aperta. In quella parola c’è il destino di migliaia di uomini, donne e bambini che continuano a partire, e c’è la scelta – dolorosa, radicale – di chi decide di non voltarsi più dall’altra parte. È in questo scenario che tredici organizzazioni non governative, tra le più note e impegnate nel soccorso in mare, hanno annunciato la sospensione di ogni forma di coordinamento con la Guardia costiera libica. Non un gesto tecnico, ma un atto politico e morale: “Se il governo italiano continua a collaborare con chi viola sistematicamente i diritti umani, allora saremo noi a dire basta”.

La Justice Fleet: una flotta per la coscienza

La chiamano Justice Fleet, la flotta della giustizia. Un nome che evoca non solo mare e movimento, ma anche un principio: quello della responsabilità. È l’unione di tredici Ong — Mediterranea Saving Humans, Arci Tom, Sea-Watch, SOS Humanity, Sea-Eye, Louise Michel, Pilotes Volontaires, Resqship, Salvamento Marítimo Humanitario, Mission Lifeline, CompassCollective, Sea Punks e r42 – Sail and Rescue — sostenute dal Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (ECCHR) e dall’associazione Refugees in Libya.

Sono nomi noti a chi segue da anni la tragedia del Mediterraneo: navi che hanno salvato migliaia di vite, spesso sfidando la burocrazia, la politica, la propaganda. L’obiettivo della Justice Fleet è creare una rete compatta, una comunità di azione che unisca le forze legali, politiche e comunicative delle Ong per difendere le persone in fuga e chi prova a soccorrerle. È, in fondo, una risposta collettiva a una solitudine troppo lunga: quella di chi naviga tra la vita e la morte, senza più sapere se sarà accolto o respinto.

Un mare di violazioni

Le denunce si accumulano da anni. Secondo le Nazioni Unite e numerose inchieste giornalistiche, nei centri di detenzione libici si consumano torture, stupri, estorsioni, lavori forzati, esecuzioni sommarie. Molti dei miliziani che oggi indossano la divisa della Guardia costiera libica sono gli stessi che, fino a ieri, gestivano il traffico di esseri umani. Eppure, nonostante tutto questo, l’Italia e l’Unione Europea continuano a collaborare con loro, fornendo motovedette, formazione, fondi.

Dal 2017, anno del Memorandum tra Roma e Tripoli, oltre 120.000 migranti sono stati intercettati in mare e riportati in Libia. Ogni volta, un rimpatrio verso la violenza. Ogni volta, un tradimento dei principi del diritto internazionale. Ogni volta, un pezzo della nostra umanità che si perde tra le onde.

Era il Mare Nostrum, il mare di tutti, della civiltà e dell’incontro. Oggi è diventato il Mare Mostrum, un mare mostruoso in cui l’indifferenza e la paura hanno preso il posto del diritto e della pietà.
E questa cosa non ci fa onore. Non fa onore all’Italia, non fa onore all’Europa, non fa onore a nessuno di noi che, nel silenzio, lasciamo che le onde cancellino i nomi e le storie di chi sperava solo in una vita migliore.

Le Ong che hanno scelto di rompere la collaborazione raccontano di essere state testimoni dirette di operazioni in cui la Guardia costiera libica ha agito con brutalità, sparando in aria o contro le imbarcazioni dei migranti, mettendo in pericolo le vite di chi cercava soccorso. “Non possiamo più far finta che siano un’autorità legittima. Sono un braccio armato dell’abuso, e collaborare significa esserne complici.”

L’Italia e il paradosso del doppio binario

Il governo italiano giustifica la cooperazione con la Libia come un male necessario, un compromesso imposto dalla realtà. “Serve a fermare i trafficanti, a contenere i flussi, a garantire la sicurezza”, si ripete nei comunicati ufficiali. Ma a quale prezzo? La sicurezza di chi? È difficile parlare di stabilità quando le fondamenta poggiano sulla violenza. È difficile parlare di legalità quando i diritti umani vengono sospesi nel nome della convenienza politica.

In questa logica del doppio binario, l’Italia si presenta come difensore dei valori europei, ma affida il lavoro sporco a paesi dove quei valori non valgono nulla. È una forma di outsourcing morale, una delega della coscienza. Chiudiamo gli occhi, e lasciamo che altri li aprano per noi, con le armi.

Una rottura che è anche una dichiarazione di umanità

La scelta della Justice Fleet non è solo protesta, è una dichiarazione di umanità. È la risposta a un lungo logoramento, a un continuo tentativo di criminalizzare la solidarietà. Le Ong hanno compreso che restare nel gioco del coordinamento significava legittimare un sistema che tradisce la sua stessa ragione d’essere. “Se il mare è libertà, noi scegliamo la libertà. Se il mare è pericolo, noi scegliamo il coraggio. Ma non possiamo più scegliere la complicità.”

Le parole arrivano da chi ha trascorso notti intere in coperta, sotto la pioggia, stringendo mani tremanti di paura e di freddo. Da chi ha visto il sorriso rinascere su un volto salvato all’alba. Da chi ha capito che la dignità umana non si misura nei trattati, ma nei gesti.

La difesa legale come forma di resistenza

Una parte cruciale del progetto è la costruzione di una rete di difesa giuridica comune. Negli ultimi anni, le Ong sono state bersaglio di decine di inchieste, sequestri, procedimenti penali. La giustizia, troppo spesso, è stata usata come strumento di intimidazione. Eppure, quasi tutte le accuse si sono rivelate infondate. La verità è semplice: nessuna legge può trasformare il salvataggio in un crimine.

La Justice Fleet vuole portare questa evidenza davanti ai tribunali internazionali, ma anche nell’opinione pubblica. Ogni volta che un governo accusa un equipaggio di “favoreggiamento”, occorre ricordare che il primo dovere del mare è la solidarietà. Ogni volta che una nave viene bloccata in porto, centinaia di persone rischiano di morire.

La battaglia delle parole

Ma la guerra non è solo nei tribunali o nei porti. È anche nel linguaggio. Le Ong lo sanno bene: la narrazione è parte del problema. Da anni, il discorso politico riduce i migranti a cifre, emergenze, minacce. “Clandestino” è diventato sinonimo di pericolo, “profugo” sinonimo di pietà. Le parole, come onde, modellano la percezione.

La Justice Fleet vuole ribaltare questa marea linguistica. “Non sono numeri, sono nomi, storie, sogni. Il nostro compito è raccontarli.” E forse è proprio qui la sfida più grande: restituire umanità a chi è stato spogliato persino della propria identità.

Il silenzio delle istituzioni

Da Roma e da Bruxelles, intanto, silenzio. Si parla di strategie, di accordi, di statistiche, ma non di responsabilità. Eppure la domanda è semplice, quasi brutale: può l’Europa, nata sul rispetto della dignità umana, costruire la sua sicurezza sulla sofferenza di chi fugge? Può l’Italia, culla del diritto del mare, continuare a finanziare chi lascia morire la gente in acqua?

A volte, il silenzio è la risposta più eloquente. Ma è anche la più colpevole.

Il Mediterraneo come specchio dell’Europa

Il Mediterraneo, da sempre crocevia di civiltà, è oggi il nostro specchio più fedele. Ci mostra chi siamo diventati e chi potremmo ancora essere. Ogni barcone che affonda, ogni salvataggio negato, ogni corpo restituito dalle onde è una domanda che ci attraversa: fino a che punto siamo disposti a difendere la nostra comodità sacrificando la vita degli altri?

Era il Mare Nostrum, orgoglio e simbolo di cultura condivisa. Ora è diventato il Mare Mostrum, luogo dell’orrore e della vergogna. E la cosa non ci fa onore. Non come Stato, non come popolo, non come esseri umani.

Epilogo: la rotta della coscienza

Nel silenzio delle istituzioni e nel rumore del mare, tredici navi tracciano una rotta diversa. Non è fatta di coordinate o di strategie geopolitiche, ma di coscienza. Ogni volta che una mano afferra un’altra mano in mezzo alle onde, l’umanità si riafferma, resiste.

“Non siamo eroi,” dicono i volontari, “siamo testimoni. E se il mondo tace, continueremo a parlare.”

Forse non cambieranno il corso delle politiche, ma stanno già cambiando la storia invisibile di chi, anche solo per un attimo, ha sentito che la vita poteva vincere sulla paura.

E così, nel cuore del Mediterraneo, dove il blu si confonde con il dolore, continua a battere la bussola della giustizia. Una bussola fragile, ma ancora puntata verso nord: verso l’umano, verso il possibile, verso il dovere di non restare indifferenti.

Carlo Di Stanislao

foto web

 

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