Nel dibattito sulla separazione delle carriere dei magistrati, la sinistra italiana sembra aver smarrito la bussola. Oggi si levano grida di allarme, si parla di “attacco alla Costituzione”, di “deriva autoritaria”. Ma la verità è che la Costituzione italiana sancisce già la distinzione tra chi accusa e chi giudica: la riforma proposta dal governo non fa altro che organizzare in modo coerente un principio già scritto, e mai pienamente attuato.
È curioso — e insieme rivelatore — che proprio chi un tempo si dichiarava riformatore, oggi si trinceri dietro slogan conservatori.
Perché la separazione delle carriere, tanto osteggiata oggi, affonda le sue radici proprio nella cultura giuridica della sinistra e del garantismo liberale.
La prima grande riforma che mise le basi per un processo penale davvero moderno fu quella del 1989, con l’introduzione del nuovo Codice di procedura penale.
Un codice ispirato al modello accusatorio, frutto del lavoro del giurista Gian Domenico Pisapia, insigne professore di diritto penale, e del ministro Giovanni Vassalli.
Fu allora che il nostro ordinamento fece un passo decisivo: separare le funzioni dell’accusa da quelle del giudizio, in nome del contraddittorio e dell’imparzialità.
La riforma del 1989 — che segnò il passaggio dal sistema inquisitorio a quello accusatorio — fu dunque l’antesignana dell’attuale proposta di legge costituzionale.
Chi oggi la combatte dovrebbe ricordare che nasce da un impianto voluto da uno dei più autorevoli giuristi italiani, e tutt’altro che “di destra”.
Non solo il padre. Anche Giuliano Pisapia, noto esponente della sinistra, avvocato e poi sindaco di Milano, nel 2001 presentò in Parlamento una proposta di legge (insieme a Giovanni Russo Spena) per distinguere le funzioni requirenti da quelle giudicanti e limitare il passaggio da una funzione all’altra.
Era un modo concreto per rafforzare l’imparzialità della giustizia, senza intaccarne l’indipendenza.
Certo, quella proposta non coincide con la riforma costituzionale odierna, ma muoveva dallo stesso principio di fondo: rendere più netta la distinzione tra chi accusa e chi giudica.
E lo faceva da sinistra, non da destra.
Oggi però gli eredi politici di quella stagione si comportano come se la difesa dello status quo fosse una bandiera di progresso. È una contraddizione palese.
Sul piano tecnico-costituzionale, Sabino Cassese, già giudice della Corte Costituzionale, ha espresso in più occasioni un giudizio chiaro:
“La Costituzione prevede già la distinzione tra giudicanti e requirenti. La riforma serve solo a rendere effettivo ciò che è già scritto.”
Cassese non può certo essere liquidato come un pericoloso sovversivo o un simpatizzante dell’autoritarismo. È un giurista che parla di coerenza istituzionale, non di appartenenza politica.
Eppure, la sinistra militante preferisce ignorarlo, pur di mantenere viva una battaglia ideologica.
Vale la pena ricordarlo: Marco Pannella fece della separazione delle carriere uno dei suoi cavalli di battaglia storici.
Per lui era una questione di garantismo, non di schieramento.
Una battaglia per il cittadino, non per le correnti della magistratura.
Emma Bonino, negli ultimi tempi, ha avuto il merito di ricordarlo pubblicamente: la separazione delle carriere è un principio di libertà, non di potere.
È paradossale che oggi si tenti di dipingere questa riforma come “illiberale”, quando nasce proprio dal garantismo radicale e dalla sinistra riformatrice.
C’è un’altra ironia che merita menzione: il nonno di Elly Schlein, il giurista Agostino Viviani, socialista di grande levatura morale, teorizzò anch’egli la necessità di una distinzione netta tra giudice e pubblico ministero.
Oggi, la nipote guida un partito che di quelle idee sembra non conservare neppure la memoria.
Quando accadrà che la sinistra italiana smetterà di reagire a prescindere a ogni riforma proposta da altri?
Quando tornerà a giudicare nel merito, non per appartenenza?
La separazione delle carriere non è una minaccia per la magistratura: è una garanzia per il cittadino e per la credibilità dello Stato di diritto.
Chi si oppone in modo pregiudiziale, in nome di un antiberlusconismo riflesso o di un anti-governismo permanente, tradisce la propria stessa storia.
Non si può essere garantisti a giorni alterni, solo quando conviene.
La riforma della giustizia oggi in discussione non è una rivoluzione di destra, ma il naturale compimento di un percorso cominciato nel 1989 con Gian Domenico Pisapia e proseguito, in spirito riformatore, da Giuliano Pisapia, Marco Pannella, Sabino Cassese, Agostino Viviani e tanti altri.
È tempo che la sinistra ritrovi la coerenza delle proprie origini, abbandonando la demagogia della paura.
La giustizia non è di destra né di sinistra: è o non è giusta.














