La sinistra italiana e le sue contraddizioni: un’eredità che viene da lontano

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Ci sono figure che, più di altre, raccontano una storia non solo economica ma politica, quasi simbolica. George Soros è una di queste. Per alcuni è un filantropo progressista, paladino dell’apertura e delle società democratiche; per altri, l’incarnazione del potere finanziario capace di mettere in ginocchio Stati sovrani.


Ma al di là dei giudizi, Soros rappresenta una contraddizione bruciante: un uomo che ha speculato contro la sterlina e contro la lira, danneggiando due Paesi europei, e che tuttavia è stato celebrato proprio da una parte politica che dice di difendere i più deboli.

Per comprendere questa contraddizione, serve però un chiarimento preliminare: non esiste “la sinistra” in Italia.
Esistono due sinistre, storicamente e culturalmente differenti.

Da una parte ci sono i socialisti riformisti, eredi del Partito Socialista Italiano: Turati, Saragat, Nenni (nella fase democratica), Craxi. Una tradizione che ha cercato di conciliare crescita e diritti, mercato e welfare, modernizzazione e giustizia sociale. È la vera socialdemocrazia europea.

Dall’altra c’è la sinistra NON socialista riformista:
l’ex sinistra comunista confluita nel PDS-DS e la sinistra cattolico-progressista proveniente dalla sinistra DC. Un blocco politico ibrido, divenuto poi PD, che si definisce “progressista” e “liberale”, ma che non ha radici nella socialdemocrazia riformista classica. È una sinistra tecnocratica, moralista, spesso distante tanto dall’impresa quanto dal lavoro produttivo.

Ed è proprio questa sinistra – non quella socialista riformista – ad aver celebrato con entusiasmo George Soros.


Il “Mercoledì Nero”: Soros contro la sterlina

Il 16 settembre 1992 Soros porta a termine una delle operazioni speculative più famose della storia: attacca la sterlina inglese.
Vendite allo scoperto gigantesche, un’ondata che la Banca d’Inghilterra non riesce a contenere.
La sterlina esce dallo SME, la valuta si svaluta, il Paese paga un prezzo politico ed economico salatissimo.

Soros realizza profitti enormi.
È l’inizio della sua leggenda come “l’uomo che fece saltare la Banca d’Inghilterra”.

L’attacco alla lira italiana

Pochi giorni dopo, la stessa dinamica si ripete contro la lira.
Anche qui operazioni speculative massicce, l’uscita della lira dallo SME, un crollo del potere d’acquisto, una perdita di ricchezza che colpisce famiglie, imprese, lavoratori.
L’Italia vive una crisi valutaria che lascia segni profondi sulla sua economia.

Soros, ovviamente, difende la legittimità delle sue scelte: “solo un’operazione finanziaria”, “il mercato anticipa ciò che i governi non vogliono vedere”.
Ma, al di là delle giustificazioni, resta il fatto concreto: la speculazione di Soros ha aggravato una crisi che ha colpito milioni di italiani.


Le vicende giudiziarie: la condanna per insider trading

Qualche anno dopo, nel 2002, la giustizia francese condanna Soros per insider trading risalente agli anni ’80.
Una sentenza che arriva fino alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: Soros ricorre, ma anche la Corte conferma la condanna.
Non stiamo parlando di opinioni politiche: stiamo parlando di sentenze passate in giudicato.

Nonostante tutto ciò, Soros rimane nell’immaginario internazionale un simbolo della finanza aggressiva, controversa, spregiudicata.

Ed ecco la contraddizione: la laurea honoris causa a Soros

Ed è qui che arriva il punto più sorprendente di tutta la vicenda:
dopo l’attacco alla sterlina e alla lira, dopo i danni economici subiti dall’Italia, l’Università di Bologna decide di conferire a George Soros una laurea honoris causa in Economia e Commercio.

La cerimonia si svolge nel 1995.
Sono presenti figure prestigiose del mondo accademico e politico, tra cui – stando alle cronache – il professor Romano Prodi.

L’Italia premia l’uomo che aveva speculato contro la lira.
E a premiarlo non è certo l’area socialista riformista, che con Soros non ha mai avuto alcuna simpatia ideologica.
A celebrarlo è proprio quella sinistra post-comunista e cattolico-liberal-progressista che si pone come faro etico della società civile.

Quella sinistra che parla di uguaglianza e diritti, ma che si ritrova ad applaudire uno dei protagonisti della speculazione globale.

Perché proprio questa sinistra esalta Soros?

La risposta, seppure scomoda, è semplice:

perché non è una sinistra socialista riformista, radicata nel lavoro, nell’economia reale, nel riformismo concreto;

è una sinistra che vede Soros come icona del cosmopolitismo progressista, del globalismo illuminato, dell’apertura delle società;

una sinistra che, smarrito il rapporto con le proprie basi sociali, si lega a un’élite culturale e finanziaria internazionale.

Così accade che un finanziere che guadagna dalla destabilizzazione dei Paesi venga percepito non come un predatore, ma come un modello: un uomo “di mondo”, “liberale”, “illuminato”, “aperto”.

È la perfetta rappresentazione delle contraddizioni irrisolte di una sinistra che socialista non è.

Conclusione: la sinistra che celebra ciò che dovrebbe criticare

La storia di Soros non è solo la storia di un uomo: è la storia del rapporto ambiguo tra una parte della sinistra italiana e il potere finanziario globale.

La sinistra socialista riformista, quella vera, radicata nella tradizione socialdemocratica, non ha mai avuto dubbi: la finanza deve essere regolata, non idolatrata.

La sinistra post-comunista e cattolico-liberale, invece, ha finito per vedere nella globalizzazione finanziaria un orizzonte culturale più affine di quanto non siano le esigenze sociali del proprio Paese.


E così, mentre l’Italia ancora leccava le ferite della crisi valutaria del ’92,
l’uomo che aveva contribuito ad aggravare quella crisi veniva premiato con una laurea honoris causa.

Una fotografia perfetta delle inversioni logiche e morali di una sinistra che non è socialista, non è riformista e – soprattutto – non è coerente.

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