Dalla via Emilia al Petruzzelli: il viaggio emotivo dei Nomadi a Bari

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Il Teatro Petruzzelli non aveva mai respirato un profumo così: un misto di via Emilia, stradine di provincia, osterie fumose, racconti sussurrati davanti a un bicchiere di lambrusco e quell’accento emiliano che, ieri sera, è scivolato tra le poltrone rosse come fosse sempre appartenuto a quel luogo. Sessant’anni di storia, di strade e di chilometri hanno finalmente portato i Nomadi sul palco più prezioso di Bari e Beppe Carletti, con l’emozione che gli tremava negli occhi, l’ha detto con una frase semplice ma potente: «È come mettersi una corona in testa: arrivare qui, dopo sessant’anni, vuol dire tutto».

Il sipario si è alzato sulle note di un brano di John Lennon e quelle prime parole sospese hanno accompagnato l’ingresso della band in un’atmosfera già colma di significati, quasi una promessa di pace rivolta a un pubblico che ascoltava trattenendo il fiato. Subito dopo, il teatro si è immerso nel soffio caldo di Per fare un uomo, brano che ha aperto una storia dentro la storia e che ha lasciato scorrere tra le poltrone il ricordo di generazioni intere cresciute con quel modo semplice e ruvido di raccontare la vita.

Da lì il flusso è diventato naturale. Senza pause, il medley di Bianchi e neri, I tre miti e Riverisco è scivolato come un album di fotografie ingiallite che però continuano a parlare con la voce della provincia italiana, dove ogni volto è un racconto e ogni racconto porta con sé la tenerezza di un passato che non vuole farsi dimenticare. Così Il paese è arrivato come una carezza malinconica e L’eredità gli si è affiancata con il suo passo più profondo, quasi a rallentare il ritmo per invitare tutti a guardare dentro ciò che rimane quando il tempo scorre e porta via i giorni più veloci.

Né gioia né dolore ha aggiunto un velo di sincerità spietata a quel viaggio emotivo che i Nomadi sanno costruire senza forzature. In quel preciso momento la scena ha cambiato colore, perché Sera bolognese ha portato la via Emilia dentro il Petruzzelli con gucciniana delicatezza: Carletti alla fisarmonica, in punta di piedi, quasi timido, quasi a voler nascondere quella luce che si porta addosso da una vita. Il teatro ha respirato l’odore della pioggia sul selciato, dei portici, delle notti di via Paolo Fabbri 43, come se tra Bari e Bologna non ci fosse più distanza.

Da quell’atmosfera dolce La vita che seduce è sbocciata con naturalezza e ha lasciato entrare Toccami il cuore, che a sua volta ha accompagnato Oriente in una parentesi quasi meditativa, sospesa in un silenzio che sembrava fatto apposta per accogliere L’angelo caduto. Carletti l’ha presentata con una frase che ha ferito tutti: «Non siamo veggenti, ma avevamo visto giusto vent’anni fa». Il teatro ha trattenuto il fiato, sentendo che quelle parole oggi fanno più male che mai.

Quando Il vecchio e il bambino è arrivata portando per mano il fantasma gentile di Guccini, il teatro è diventato un’unica voce pronta a cullare il brano come si fa con qualcosa di prezioso e fragile. Subito dopo Se non ho te ha trasformato la sala in un piccolo salotto privato, grazie al dialogo quasi sussurrato tra il pianoforte di Carletti e il violino di Reggioli, due strumenti che sembravano raccontarsi segreti. Poi Suoni ha ricordato Augusto Daolio senza parole, soltanto con quella musica che sa parlare da sola. Così si è chiusa la prima parte del concerto, come un cerchio disegnato lentamente, con rispetto e con memoria.

La seconda parte si è aperta ancora sulle note di Imagine, un ritorno necessario per ribadire che la loro musica è un viaggio che non rinnega il mondo che la circonda. Da lì Contro è arrivata come un colpo secco, riportando sul palco la loro anima più politica, seguita da Ma che film la vita, che ha sciolto i toni con un sorriso amaro, come chi osserva la propria storia da lontano e se ne lascia sorprendere con malinconica ironia. Il passo successivo è stato quello solenne di Noi non ci saremo, ancora un richiamo a Guccini, che ha messo radici nella sala.

Cartoline da qui, Gli aironi neri, Ti lascio una parola e Dove si va hanno intrecciato una scia di nostalgia e tenerezza, come se il pubblico stesse attraversando una strada fatta di partenze, ritorni, silenzi e domande sospese. A quel punto il tema centrale della serata è diventato la guerra: Auschwitz ha aperto un varco profondo, che Io voglio vivere ha trasformato in un grido di speranza, seguito da Un giorno insieme, che ha avvolto gli spettatori in un abbraccio collettivo, e poi da Canzone per un’amica e Dio è morto, che hanno sigillato un momento di altissima intensità emotiva.

Prima del gran finale la band ha letto i messaggi e gli striscioni dei fan pugliesi, spezzando la solennità con un sorriso e restituendo al concerto quel sapore popolare e genuino che è da sempre la loro cifra.

E poi la chiusura con Io vagabondo ha fatto esplodere il teatro in un coro unico, potente, eterno, con il pubblico in piedi a cantare come se nessuno avesse più età e più tempo, solo la voglia di esserci ancora, anche solo per un ultimo ritornello.

E anche se Pugno di sabbia e Crescerai non hanno trovato spazio, con non poca amarezza il pubblico è uscito con un’emozione chiara negli occhi: i Nomadi restano Nomadi, ma certi incontri ti fanno sentire a casa.

Massimo Longo

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