Zaia, De Luca ed Emiliano lasciano dopo decenni di potere.

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“Ogni scarrafone è bello ‘a mamma soja”: la fine malinconica dei tre potenti che credevano di essere eterni

Zaia, De Luca ed Emiliano lasciano dopo decenni di potere. Ma i proverbi napoletani ci ricordano che la gloria del mondo passa, e che chi pecora si fa, il lupo se lo mangia

Il tramonto dei tre “tenori” regionali riletto attraverso la saggezza popolare partenopea: dalla vanità del potere all’amarezza dell’addio

 


L’ADDIO DEGLI DEI (MORTALI)

“‘A vita è n’apertura ‘e cosce e ‘na chiusura ‘e cascia” – la vita è un’apertura di cosce e una chiusura di cassa – recita uno dei proverbi napoletani più crudi e disincantati. Ed è proprio con questa lucida consapevolezza dell’inevitabile parabola umana che bisogna guardare alla fine dell’era di Vincenzo De Luca, Michele Emiliano e Luca Zaia. Tre uomini che hanno creduto di poter sfidare il tempo, di essere indispensabili, eterni. Tre potenti che ora, dopo decenni di regno incontrastato sulle loro regioni, devono fare i conti con la più tragica delle verità: anche il loro potere, come tutto ciò che è terreno, evapora.

IL POTERE CHE ACCECA

“Chi tène cchiù pilu, tène cchiù potenza” – chi ha più pelo, ha più potenza. I tre governatori hanno incarnato questa massima con una fedeltà quasi patetica. Più anni restavano al potere, più sembravano convincersi di essere insostituibili. De Luca con la sua retorica tagliente, Emiliano con il suo piglio da magistrato, Zaia con la sua aura da Doge veneziano. Tre re nelle loro regioni, tre sovrani che hanno esercitato il potere “con una propensione decisamente scarsa alla mediazione e quasi nulla al compromesso”. Ma la saggezza popolare napoletana ci ammonisce: “‘A troppa cunfidenza leva ‘a riverenza” – troppa confidenza toglie il rispetto. E forse è proprio questo l’errore tragico dei tre tenori: aver creduto che il loro potere fosse così consolidato da poter pretendere il terzo mandato (il quarto per Zaia), senza rendersi conto che stavano perdendo proprio quel rispetto che li aveva portati così in alto.

L’ILLUSIONE DELL’INDISPENSABILITÀ

“Aniello ‘ca nun se pava nun se stima” – Aniello che non si paga non si stima. I tre governatori si sono “pagati” da soli, costruendo consenso attraverso una gestione personalistica delle loro regioni. Ma quando hanno chiesto il prezzo più alto – la modifica delle regole per continuare a governare – hanno scoperto amaramente che “‘A meglio parola è chella ca nun se dice”. Avrebbero dovuto tacere, accettare con dignità il limite dei mandati. Invece hanno insistito, e si sono trovati di fronte a una coalizione improbabile che ha messo d’accordo “persino Meloni e Schlein”. Un’umiliazione che la tragedia greca non avrebbe saputo orchestrare meglio.

IL TRADIMENTO DEGLI ALLEATI

“L’amico è comme ‘o ‘mbrello: quanno chiove nun o truove maje” – l’amico è come l’ombrello: quando piove non lo trovi mai. Ed è proprio quando De Luca, Emiliano e Zaia hanno avuto più bisogno dei loro partiti, delle loro coalizioni, che questi si sono dileguati. Il Pd ha sbarrato la porta al terzo mandato, la Lega stessa non ha sostenuto con convinzione la richiesta di Zaia. “Giacchino mettette ‘a legge e Giacchino fuje ‘mpiso” – Giacchino fece la legge e Giacchino fu impiccato: i tre governatori hanno contribuito a costruire un sistema politico che ora li espelle. L’ironia è tragica, il destino beffardo.

LA VANITÀ DEL POTERE

“Ogni scarrafone è bello ‘a mamma soja” – ogni scarafaggio è bello per sua madre. E forse è questo il problema dei tre tenori: si sono guardati troppo allo specchio, convinti della propria indispensabilità. Nei loro rispettivi feudi – Campania, Puglia, Veneto – hanno goduto di indici di gradimento altissimi, si sono sentiti amati, necessari. Ma “‘A gatta, pe’ ghi’ ‘e pressa, facette ‘e figli cecate” – la gatta, per andare di fretta, fece i figli ciechi. La fretta di restare al potere, l’ansia di non lasciare la scena, li ha resi ciechi di fronte alla realtà: tutto passa, anche la gloria più splendente.

L’AMAREZZA DELL’ADDIO

“Acqua passata nun macina mulino” – acqua passata non macina più. E domenica notte, quando i seggi si chiuderanno, De Luca, Emiliano e Zaia diventeranno esattamente questo: acqua passata. Potranno anche avere nuovi progetti – Zaia consigliere regionale o candidato sindaco a Venezia, Emiliano forse assessore nella giunta del suo successore, De Luca di nuovo sindaco di Salerno – ma non sarà mai più come prima. “Ntiempo ‘e tempesta, ogne pertuso è puorte” – in tempo di tempesta, ogni buco è un porto: e ora, nella tempesta del post-potere, dovranno accontentarsi di porti molto più piccoli di quelli a cui erano abituati.

LA LEZIONE CHE NON HANNO IMPARATO

“Chi va c’ ‘o zopp’ ‘mpara a zumpicà” – chi va con lo zoppo impara a zoppicare. I tre governatori hanno frequentato per troppo tempo i corridoi del potere, e hanno finito per assumerne tutti i vizi: l’arroganza, la presunzione di eternità, l’idea che le regole valgano per gli altri ma non per loro. “Nun sputà ‘ncielo ca ‘nfaccia te torna” – non sputare in cielo che in faccia ti torna: hanno sputato contro il limite dei mandati, e ora quel limite si abbatte su di loro con la forza di una sentenza definitiva.

L’EPILOGO MALINCONICO

“‘O sparagno nun è maje guadagno” – il risparmio non è mai guadagno. Avrebbero dovuto risparmiarsi l’umiliazione della battaglia per il terzo mandato, avrebbero dovuto uscire di scena con onore. Invece hanno guadagnato solo amarezza. Zaia che parla di andare più spesso a casa dei genitori, Emiliano che seguirà la figlia neonata, De Luca che scrolla le spalle: sono immagini di una malinconia struggente, di uomini che hanno avuto tutto e ora si aggrappano ai piccoli gesti quotidiani per dare senso a un futuro improvvisamente svuotato.

LA VERITÀ FINALE

“Chi tène cchiù denare, campa cchiù felice” – chi ha più denaro, vive più felice. Ma i soldi non comprano il potere perduto, non restituiscono la gloria che sfuma. E mentre lunedì mattina i tre governatori uscenti si sveglieranno cittadini comuni – o quasi – dovranno fare i conti con l’ultima, terribile verità racchiusa nella saggezza napoletana: “Chi pecora se fa, ‘o lupo se ‘o magna” – chi pecora si fa, il lupo se lo mangia. Hanno accettato di diventare pecore nel gioco delle regole imposte dall’alto, e ora i lupi della politica nazionale li hanno divorati.

Resta quella chat su WhatsApp, dove i tre si scrivono. Da lunedì, promettono, “sarà ancora più bollente”. Ma è solo un fuoco di paglia, l’ultimo sussulto di chi non vuole accettare che “sic transit gloria mundi” – così passa la gloria del mondo. E loro tre, i tenori, gli sceriffi, il Doge, sono solo l’ennesima conferma che niente, nemmeno il potere più grande, sfugge a questa legge inesorabile.

“Mannaggia ‘o suricillo e pezza ‘nfosa!” – maledetto il topolino e la pezza infetta. È questo l’unico epitaffio possibile per tre uomini che hanno dominato la scena per decenni e ora escono di scena come topolini impauriti, avvolti nella pezza infetta della propria vanità ferita.

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