Bari allo sbando: così si va dritti verso la retrocessione diretta

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© foto di SSC Bari

Alla vigilia di Bari–Frosinone l’aria è quella delle grandi difficoltà, ma anche delle occasioni che non si possono sprecare. Il Bari arriva al match con un solo punto di margine sulla zona playout: servono punti, soprattutto per dare continuità a un percorso che finora ha mostrato limiti tecnico-tattici evidenti e una costante incapacità di decollare, anche quando il calendario offriva spiragli più sereni. Senza dimenticare che occorre anche far venire qualche spettatore in più allo stadio che sembra, ormai, alla deriva. Di fronte, però, c’è un Frosinone lanciato verso la Serie A, solido e in crescita, a cui Alvini ha dato una precisa identità, pronto a giocarsi le proprie carte sia per la promozione diretta sia attraverso i playoff.
Per i biancorossi si tratta di una gara ad altissima complessità, ma non di un terreno completamente inesplorato: la vittoria contro il Cesena insegna che il Bari, nelle partite considerate proibitive, può ancora sorprendere. Le certezze sono poche ma chiare: compattezza, spirito di sacrificio e capacità di soffrire. Le difficoltà, invece, sono tangibili, aggravate dall’assenza di Dorval e dal rientro di Vicari, che torna titolare.
Il Bari sa cosa può e cosa non può dare oggi: una prestazione ordinata, coraggiosa e lucida. Nulla di più, ma forse abbastanza per sperare in un’altra impresa.
Cerofolini, Meroni, Vicari, Nikolaou, Dickmann, Pagano, Verreth, Castrovilli, Antonucci, Moncini, Gytkjaer: questa la formazione (3-5-2) mandata in campo dal tecnico Caserta.
Subito cross di Castorvilli per la testa di Moncini che però sbaglia la mira davanti al portiere, poteva essere il vantaggio per il Bari.
Il primo tempo è una montagna russa che il Bari imbocca con entusiasmo e finisce per scendere a precipizio. L’illusione nasce subito: l’aggressività dei primi minuti è quella che per mesi si era solo intravista, e l’affondo centrale di Pagano sembra premiare la nuova verve biancorossa. Il VAR, però, spegne tutto per un fuorigioco millimetrico, lasciando soltanto la sensazione di ciò che sarebbe potuto essere.
Da lì in avanti, il copione cambia con brutalità. Il Frosinone capisce di poter affondare ogni volta che accelera e un cross improbabile di Monterisi diventa letale: Meroni osserva, Raimondo – incredibilmente libero – colpisce. Cerofolini, già scosso, rischia di regalare il raddoppio e serve ai ciociari un Bari improvvisamente alle corde. Sulle fasce è un deserto: Antonucci, fuori ruolo, appare più un peso che un aiuto; Ghedjemis fa quello che vuole. Ogni palla alta del Frosinone è una minaccia, e infatti Bracaglia incorna il gol del 2-1 come se fosse in allenamento.
Il Bari, però, vive di lampi e di confusione: sfrutta una punizione dal limite con Verreth, che trova un pareggio prezioso anche se passeggero. Poi incassa ancora, vacilla sui cross, vede un palo salvare l’ennesimo svarione e viene punito da Ghedjemis, che firma il tris figlio di una fase difensiva allo sbando.
Nel caos generale, Castrovilli riapre la partita con un gioiello personale, unico frammento di qualità pura in un primo tempo dove il Bari alterna slanci offensivi e voragini difensive. La fotografia dell’intervallo è impietosa: una squadra capace di segnare, ma incapace di difendersi; un avvio promettente presto tradito da una retroguardia che sembra sciogliersi a ogni affondo avversario. Dall’altra parte, un Frosinone libero di colpire come e quando vuole.
Il secondo tempo si apre con un segnale che è già un presagio: l’ingresso di Partipilo al posto di Gytkjaer, una scelta che stupisce più del necessario e che finisce per rivelarsi sterile. Da lì in avanti, il copione è chiaro: il Frosinone continua a correre, il Bari continua a inseguire. E spesso inciampa.
Ghedjemis resta imprendibile, un’ombra veloce che il Bari non riesce mai a contenere. Ogni sua accelerazione apre voragini in una fase difensiva ormai evaporata, dove perfino Koutsoupias può attraversare il campo indisturbato. Il Frosinone, già superiore per qualità, sembra quasi una squadra di un altro pianeta: entra in area come se non ci fosse resistenza, gioca sul velluto, costruisce e spreca occasioni come se fossero esercizi di rifinitura.
Le sostituzioni dei biancorossi non cambiano nulla. Partipilo resta invisibile, Pagano lascia il posto a Maggiore, Antonucci a Rao, ma l’inerzia non si sposta di un millimetro. Meroni continua a collezionare errori, la squadra arretra, soffre, sparisce progressivamente dal campo mentre i ciociari martellano con una facilità disarmante. Raimondo e compagni entrano in area come ospiti abituali, sbagliano più volte il colpo del ko, ma il dominio resta schiacciante, un assedio continuo.
Solo nel finale il Bari dà un segnale di vita: l’ingresso di Cerri e Braunöder restituisce un minimo di ordine, e da una giocata intelligente dell’austriaco nasce l’unica vera occasione della ripresa, sciupata da Maggiore. Poi un lampo di Dikmann, murato dalla difesa. È troppo poco, troppo tardi.
La partita si chiude con la prima sconfitta interna stagionale, un 2-3 che pesa più per la prestazione che per il risultato. Resta la domanda su come questa squadra sia riuscita a vincere le precedenti gare casalinghe, spesso sostenuta solo dalle parate di Cerofolini. E resta soprattutto il tema delle scelte di Caserta: decisioni discutibili che oggi hanno inciso, e che meritano una riflessione ben più ampia.
Il Bari esce dalla partita con il Frosinone non solo sconfitto, ma profondamente smascherato nelle sue fragilità più gravi. La sensazione è sempre la stessa, ripetuta ormai in maniera quasi rituale: ogni avversaria che arriva al San Nicola fa ciò che vuole, costruisce un numero impressionante di occasioni, entra in area senza resistenza, tira a ripetizione come in una partitella del martedì sera. Il dato dei ventotto tiri concessi al Frosinone fotografa in modo brutale la serata: il 2-3 finale è un risultato bugiardo, perché per quanto visto in campo il Bari avrebbe potuto perdere 6-2 senza che nessuno gridasse allo scandalo.
La squadra appare inferiore a tutte le avversarie affrontate finora, sotto il profilo fisico, tecnico, tattico e mentale. Così non si può andare avanti: il Bari, per storia e identità, non può presentarsi in queste condizioni, impresentabile davanti a una piazza che merita ben altro. Il Frosinone ha commesso l’unico errore di non chiudere la partita prima; tutto il resto lo ha fatto un Bari incapace di opporre qualunque forma di resistenza.
La gara è stata preparata male, soprattutto nella scelta di affidare la marcatura del giocatore più pericoloso, Ghedjemis, ad Antonucci, esterno offensivo privo delle caratteristiche per svolgere quel ruolo. Il centrocampo è stato inesistente, la difesa imbarazzante, l’attacco ha fatto quello che ha potuto. I vari Partipilo, Rao, Antonucci, Pagano e Verreth, per quanto mostrato, non valgono nemmeno la metà di un Benali. Nel frattempo Pucino resta ai margini, quando probabilmente era l’unico in grado di dare un minimo di solidità a una retroguardia perforabile in ogni suo punto.
Siamo nel 2026 e non è accettabile che non si siano prese contromisure, che non si sia studiato l’avversario, che non si sia intervenuto su problemi così evidenti. Il Bari ha subito tutta la partita in un clima di imbarazzo generale. Questo significa una cosa sola: non si è competitivi. E non si può credere che il Frosinone giochi così contro tutti; no, questa squadra oggi è sembrata il Manchester non per merito suo, ma per demerito del Bari.
A questo punto la società ha il dovere di intervenire. Se il problema è Caserta, deve andare via. Se il problema non è Caserta, allora tocca a Magalini e Di Cesare assumersi le proprie responsabilità. Ma qualcosa va fatto subito. Continuare così equivale a mancare di rispetto alla piazza, come se tutto andasse bene. E non può andare bene una squadra che ha tredici punti quasi per miracolo, che oggi ha reso l’idea di essere in allenamento contro un avversario che non ha mai trovato reali opposizioni.
La verità è semplice e dolorosa: con questa squadra si retrocede. Non serve girarci intorno. E il tempo per evitare il precipizio sta per finire.

Massimo Longo

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