l’Italia che sbollenta, ribolle e cambia sapore

Politica

Di

Preboggion e Politica. Dal miscuglio spartano delle erbe liguri alla miscela confusa dei sondaggi: quando la tradizione rivela le fragilità del presente

Nel preboggion, primato austero di raccolta e riconoscimento, si riflette un Paese che non distingue più le sue erbe buone da quelle amare.


Premessa – Il preboggion come archetipo: disciplina, riconoscimento, sopravvivenza

C’è qualcosa di profondamente spartano — nel senso più primigenio, aspro e disciplinato del termine — nella ricetta ligure del preboggion. È una cucina povera, certo, ma non semplice: richiede conoscenza, attenzione, saper distinguere ciò che nutre da ciò che inganna. Non è il minestrone generico della modernità distratta, è un rito antico di riconoscimento delle erbe giuste, una competenza che si tramanda solo se hai camminato sui terrazzamenti, se hai respirato le stagioni, se hai ancora occhi capaci di vedere.

Questa miscela di erbe — talaegua, scixerbua, bell’ommo, tarassaco, borragine, ortica, pimpinella, papavero, radicchio selvatico, bietole di prato, raperonzolo — non è un elenco botanico: è un codice culturale. È la Liguria che si difende dal tempo attraverso la memoria delle mani. È un piccolo esercizio di civiltà: raccogliere, riconoscere, scegliere.

Il preboggion non è democratico: non tutte le erbe sono uguali. Se sbagli, il piatto è amaro o insignificante. Se scegli bene, è un trionfo di tenerezza e sapidità.

Questa è la sua lezione silenziosa: senza discernimento, ogni comunità collassa nel brodo indifferenziato del “boggion”.


Dalla pentola alle urne: l’Italia che ribolle senza saper più scegliere

Ed eccoci al punto: oggi l’Italia appare molto più simile a un preboggion raccolto male che a un piatto della tradizione fatto come si deve.

I sondaggi elettorali sono la fotografia di questo disordine: un Paese che sale e scende come una bollitura instabile, in cui nulla sedimenta veramente.

La Meloni vola sopra il 30% — un dato che impressiona non tanto per il numero quanto per la continuità, per quella ostinazione da radice che non teme gelate. Il PD di Schlein guadagna qualcosa, quanto basta per dire “ci siamo”. Il Movimento 5 Stelle, invece, scivola come un’erba invernale troppo tardi colta, ormai fibrosa, in retromarcia progressiva.

Sotto, i piccoli partiti si agitano come frammenti nel colino: Italia Viva, +Europa, Noi Moderati… nessuno supera la soglia.
Il Rosatellum fa da falciatrice: chi non ha massa critica, chi non ha radici, chi non ha riconoscibilità… esce di scena.
È come se si volesse cucinare un preboggion solo con erbe seconde scelte: non basta.

Il quadro è nitido:
il centrodestra domina, il centrosinistra sopravvive, il M5S ondeggia, il resto evapora.
Nel mezzo, un 42% che non vota: un’intera collina di erbe non raccolte, lasciate lì a marcire.


Europa, geopolitica e fragilità interne: la grande pentola che non trova un cuoco

Mentre in Italia ci si arrangea a comporre (male) il proprio miscuglio politico, a Stresa Michele Vietti lancia l’allarme: l’Europa non è più nel suo “ecosistema felice”.

La triade energia russa – difesa americana – mercato cinese non esiste più.
Siamo fuori dalla serra temperata, nudi davanti ai venti mondiali.

Eppure continuiamo a litigare sul ponte sullo Stretto, sulle accuse a Valditara, sulle barche di Fico, sul consigliere del Quirinale che sogna scossoni: piccole erbe infestanti che coprono la vista sul terreno che si sta sgretolando.

Serve unità politica, dice Vietti.
Serve smettere l’unanimità paralizzante, dice lui.

E come dargli torto?
Un’Europa costruita sulla ricerca dello 0,1% di consenso unanime è un orto incapace di germogliare.


La civitas come preboggion: dove nasce il vero sapore della politica

La parte più corrosiva — e più vera — della questione è questa:
la legge parlamentare e la legge applicata non coincidono mai completamente.

In Italia meno che altrove.

Perché?
Perché siamo un popolo che legge la realtà come si leggono le erbe: per imitazione, per dominio culturale, non per studio condiviso.
La legge cambia significato mentre viene vissuta, interpretata, piegata, diluita.

Non è un conflitto istituzionale, è un problema di civiltà.
La civitas non è più un corpo: è un intrico, un preboggion confuso in cui non si distingue la talaegua (l’erba migliore) dalla borraxe raccolta nel posto sbagliato.

Ed è qui che tornano protagonisti i corpi intermedi, risorti dopo anni di torpore: associazioni, comitati, realtà civiche che tornano a essere antenne di un’Italia che vuole farsi ascoltare senza urlare.

Sono loro, oggi, i veri raccoglitori di erbe buone nella società: distinguono, selezionano, rappresentano.
La politica — quella vera — dovrebbe ripartire da lì.
Non dai talk show, non dalle micro-polemiche quotidiane, non dai numerini dei sondaggi.


Conclusione – Fra zolle, erbe e voti: l’Italia allo specchio

Il preboggion, nella sua umiltà millenaria, ci consegna una lezione che i sondaggi non mostrano:
la qualità di una comunità dipende dal suo saper distinguere ciò che vale da ciò che è solo rumore.

La Liguria lo sa da secoli.
L’Italia lo ha dimenticato.
L’Europa rischia di pagarne le conseguenze.

Finché continueremo a raccogliere tutto — erbe buone e cattive, promesse e illusioni, leader e anti-leader — senza un sapere condiviso, senza una cultura politica viva, senza un senso civile che non sia di moda…
…avremo una miscela confusa, amara, instabile.

Un preboggion mal fatto.

E la politica, come il piatto, tornerà in tavola con lo stesso difetto:
non è cattiva perché povera, è cattiva perché non è stata riconosciuta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Traduci
Facebook
Twitter
Instagram
YouTube