Diplomazia in bilico: il fragile equilibrio del nuovo piano di pace tra Kiev, Washington e Mosca

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“La pace non può essere mantenuta con la forza; può solo essere raggiunta con la comprensione.” — Albert Einstein

La guerra in Ucraina è entrata da tempo in una fase in cui il fronte militare, pur ancora incandescente, non è più l’unico terreno su cui si gioca il destino del conflitto. Le ultime settimane hanno riportato alla ribalta un elemento che per mesi era rimasto in ombra: la diplomazia. E, come spesso accade da due anni e mezzo a questa parte, la spinta arriva da Washington, dove la nuova amministrazione Trump ha deciso di imprimere una direzione più rapida – e forse più rischiosa – al processo di negoziazione.

Secondo fonti ucraine e statunitensi, Kiev avrebbe espresso un sostegno preliminare all’“essenza” del piano di pace in 19 punti su cui si lavora da mesi. È un segnale importante, che suggerisce la possibilità di un’apertura reale, ma non necessariamente imminente. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, infatti, ha accompagnato questa disponibilità con un’avvertenza: alcuni passaggi sono troppo sensibili per essere accettati senza un confronto diretto con Donald Trump.

Questa esigenza è comprensibile. Kyiv sa che difficilmente Mosca approverebbe un documento che si discosti troppo dai propri obiettivi strategici, e al tempo stesso teme le pressioni che potrebbero arrivare da un’America più determinata a “chiudere” il conflitto che a sostenere un negoziato equilibrato. La posta in gioco, per Zelensky, è esistenziale: qualsiasi intesa che comporti concessioni territoriali o cambiamenti strutturali sulla sicurezza nazionale potrebbe diventare politicamente esplosiva.

La mano tesa (ma prudente) di Trump

Donald Trump, dal canto suo, continua a mostrare un ottimismo marcato. “Siamo molto vicini a un accordo”, ha dichiarato dalla Casa Bianca, lasciando intendere che il suo attivismo diplomatico potrebbe presto produrre risultati tangibili. Ma l’ottimismo, in diplomazia, non è mai un dato neutro: è anche uno strumento di pressione.

Per accelerare il processo, Trump ha inviato due emissari di peso: l’imprenditore Steve Witkoff a Mosca per incontrare Vladimir Putin, e il segretario dell’Esercito Dan Driscoll, incaricato di dialogare con la controparte ucraina. L’idea non è quella di organizzare un vertice a tre – non ancora, almeno – ma di accumulare sufficiente consenso preliminare per trasformare un eventuale incontro in un atto conclusivo.

Trump lo ha detto chiaramente: incontrerà Putin e Zelensky solo quando l’accordo sarà già definito o alle sue fasi finali. Un approccio pragmatico, ma che potrebbe ridurre lo spazio di manovra dei due presidenti coinvolti direttamente nella guerra.

La triangolazione negli Emirati e il silenzio di Mosca

Intanto la diplomazia americana si muove su più piani contemporaneamente. Gli incontri tra Driscoll e diversi funzionari russi negli Emirati Arabi Uniti, confermati da fonti statunitensi, indicano che Washington sta creando un canale parallelo, meno esposto e più maneggevole, per affrontare i nodi ancora irrisolti. Tra questi, secondo indiscrezioni, rientrerebbero:

  • le garanzie di sicurezza da fornire a una futura Ucraina non più formalmente “in guerra”;
  • lo status dei territori oggi sotto controllo russo;
  • la definizione di un meccanismo internazionale di monitoraggio;
  • il futuro delle relazioni tra Kiev e la NATO, questione che Mosca considera una linea rossa invalicabile.

Il Cremlino, almeno pubblicamente, continua a mantenere un riserbo totale. “Non abbiamo nulla da riferire”, ha dichiarato il portavoce Dmitry Peskov. È una strategia calcolata: meno si espongono i russi, più possono proteggersi dall’accusa interna di cedere alle pressioni americane. Sergej Lavrov, come sempre maestro della diplomazia opaca, ha ricordato che Mosca non accetterà alcun piano che si discosti dallo “spirito del vertice di Anchorage” tra Trump e Putin. Un avvertimento che suona come un monito sia a Washington sia a Kiev.

Le incertezze ucraine e il ruolo delicato di Zelensky

Per l’Ucraina, la situazione è doppiamente complessa. Da un lato, il Paese continua a subire attacchi quotidiani, un’economia allo stremo e un’opinione pubblica stanca ma ancora combattiva. Dall’altro, Zelensky si trova di fronte a una pressione crescente da parte degli alleati occidentali, sempre più decisi a trovare una via d’uscita che non comprometta la loro leadership ma eviti un coinvolgimento prolungato.

Il capo di gabinetto Andriy Yermak ha confermato che Kiev considera il piano accettabile nei suoi principi generali, ma ha insistito su un punto: alcuni aspetti devono essere discussi direttamente dai leader dei due Paesi coinvolti. Il che significa che, almeno nella visione ucraina, l’accordo non è così “vicino” come vorrebbe far credere Trump.

Zelensky avrebbe desiderato un incontro già durante il ponte del Ringraziamento, ma la Casa Bianca ha frenato. Questo spostamento in avanti è rivelatore: gli Stati Uniti vogliono evitare un faccia a faccia troppo precoce, che potrebbe irrigidire le posizioni o trasformarsi in un fallimento mediatico.

Europa ai margini: l’inaspettata esclusione di Bruxelles

In mezzo a tutto questo, l’Unione Europea appare sempre più marginalizzata. Nonostante gli sforzi di alcuni leader europei di ritagliarsi un ruolo nella trattativa, la recente decisione di Marco Rubio – segretario di Stato – di rifiutare un incontro bilaterale con l’alto rappresentante europeo Kaja Kallas è un segnale forte. Secondo Politico, Washington starebbe deliberatamente “ridimensionando” il peso di Bruxelles sui dossier più importanti, privilegiando un negoziato diretto e trilaterale tra Stati Uniti, Russia e Ucraina.

È una dinamica che riporta al realismo classico della politica internazionale: quando si tratta di guerra e pace, i tavoli si restringono e la diplomazia multilaterale spesso lascia spazio a soluzioni più verticali.

Verso quale pace?

Resta da chiedersi quale tipo di pace stia realmente emergendo. Un accordo che nasce sotto forti pressioni esterne rischia di non essere percepito come giusto o stabile da tutte le parti coinvolte. Molti analisti ricordano che una pace imposta è spesso solo una tregua mascherata: senza affrontare le cause profonde del conflitto – identità nazionale, garanzie di sicurezza, rapporti con l’Occidente – nessun documento, per quanto dettagliato, potrà considerarsi definitivo.

Al tempo stesso, ignorare l’occasione di un negoziato mentre il conflitto si prolunga potrebbe rivelarsi ancora più devastante. L’Ucraina ha bisogno di respirare, di ricostruire, di ritrovare una prospettiva futura. E la Russia, nonostante la retorica aggressiva, sa che una guerra senza fine comporta rischi economici e politici sempre maggiori.

La fragile speranza del dialogo

La diplomazia è un’arte lenta, fatta di incontri discreti, frasi misurate e compromessi sofferti. Il piano in 19 punti, nella sua opacità e nelle sue ambizioni, incarna esattamente questa logica. Che sia davvero la strada verso una pace duratura, nessuno può dirlo oggi. Ma in un conflitto che ha già trasformato l’Europa e il mondo, qualsiasi spiraglio di dialogo diventa prezioso. Non una promessa, ma un’opportunità.

E nel gioco scivoloso della geopolitica contemporanea, le opportunità non vanno mai sprecate.

Carlo Di Stanislao

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