Bergamo, contestati Fiano e Belli Paci: un attacco grave alla cultura democratica e la tiepida reazione del PD nazionale

Politica

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La contestazione contro Emanuele Fiano e Luciano Belli Paci a Bergamo non è un semplice episodio di tensione politica. È un campanello d’allarme sullo stato del dibattito pubblico e sulla difficoltà, in alcune aree della sinistra, di tenere insieme pluralità, memoria e responsabilità istituzionale.

L’incontro — dedicato alla pace in Medio Oriente — avrebbe dovuto essere un momento di confronto. È invece diventato un bersaglio per gruppi pro-Palestina e, sorprendentemente, per una parte dei Giovani Democratici locali, che hanno messo in atto una contestazione dai toni incompatibili con un dialogo civile.

È un attacco che colpisce non solo le persone, ma la memoria del Paese
La delegittimazione rivolta a Fiano assume un peso ancora più grave se consideriamo la storia personale della sua famiglia.
Emanuele Fiano è figlio di Nedo Fiano, uno degli ultimi sopravvissuti ad Auschwitz, figura centrale della testimonianza sulla Shoah in Italia, per anni impegnato a portare nelle scuole e nelle istituzioni la voce della memoria.
Attaccare il figlio di un uomo che ha dedicato la vita a raccontare l’orrore della persecuzione significa ignorare – o peggio, svilire – un patrimonio morale che il nostro Paese dovrebbe considerare irrinunciabile.

La stessa carica simbolica investe Luciano Belli Paci, figlio della senatrice a vita Liliana Segre.
È difficile non cogliere un filo rosso inquietante: due figli di testimoni diretti delle persecuzioni razziali del Novecento vengono oggi contestati non per ciò che dicono, ma per ciò che rappresentano.
Il dissenso è legittimo, la delegittimazione no.

Le contestazioni ai due relatori non si sono limitate alla critica politica.
Si è assistito a slogan, insinuazioni e un tentativo esplicito di impedire loro di prendere la parola.
Questo non è dissenso: è pressione intimidatoria.
Difendere la libertà di parola non significa schierarsi su una delle parti del conflitto mediorientale. Significa garantire che il confronto possa avvenire senza che qualcuno venga messo a tacere sulla base delle sue origini, della sua storia familiare o della sua identità.

La solidarietà a Fiano e Belli Paci è necessaria e deve essere senza ambiguità.
È fondamentale esprimere una solidarietà piena e non retorica a Fiano e Belli Paci.
Sia per la qualità del loro impegno politico e civile, sia per il rispetto verso un’eredità morale — quella dei loro genitori — che rappresenta uno dei pilastri della coscienza democratica italiana.

Non si difende la pace impedendo a qualcuno di parlare.
Non si difendono i diritti escludendo dal confronto chi non aderisce a un’interpretazione unica dei fatti.

La freddezza del PD nazionale: una scelta che pesa

Se a Bergamo e in Lombardia la risposta del PD è stata ferma e immediata, sul piano nazionale la reazione appare tiepida, quasi imbarazzata.

Un partito maturo avrebbe dovuto:

condannare senza esitazioni i metodi della contestazione;

ribadire la piena legittimità di Fiano e Belli Paci a rappresentare una parte della cultura democratica italiana;

chiarire che il dissenso interno è legittimo, ma non lo sono le intimidazioni.
La cautela mostrata dal PD nazionale rischia di essere letta come una forma di acquiescenza verso frange minoritarie ma rumorose, che vorrebbero imporre una linea ideologica monolitica sul conflitto mediorientale.
Non bisogna normalizzare l’inaccettabile

La vicenda di Bergamo non può essere archiviata come un incidente.
Quando la contestazione sconfinata nell’ostilità personale colpisce persone che rappresentano un pezzo fondamentale della memoria italiana, significa che qualcosa si sta incrinando nel nostro modo di discutere di politica, diritti e pace.
La lezione dovrebbe essere chiara:
la pluralità si difende, la memoria si protegge, e la democrazia si esercita anche ascoltando ciò che non piace.
Emanuele Fiano e Luciano Belli Paci non meritavano contestazioni, ma ascolto.

Dietro le loro storie personali ci sono pagine cruciali del nostro Paese, scritte da chi ha conosciuto l’orrore e lo ha trasformato in un impegno civile che dovrebbe unire, non dividere.
L’Italia ha il dovere di difendere questo patrimonio — e il PD, se vuole davvero essere una casa democratica, deve farlo con più coraggio.

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