“La vedova scaltra” con Caterina Murino fino al 7 dicembre: Marinelli inscena un testo del 1748, che anticipa identità fluide, stereotipi e autonomia femminile
Torna in scena al Teatro Quirino di Roma uno dei primi esperimenti della riforma goldoniana. Quella “Vedova scaltra” del 1748 che segna il passaggio dalla “commedia dell’arte” alla “commedia di carattere”. La regia di Giancarlo Marinelli punta sul congegno drammaturgico più che su attualizzazioni forzate, restituendo un testo che guarda con lucidità ai rapporti di potere e agli stereotipi.
La storia è nota. Rosaura, giovane vedova veneziana con patrimonio e pretendenti, mette alla prova quattro corteggiatori stranieri (uno spagnolo, un francese, un inglese e un italiano) assumendo di volta in volta identità diverse per verificare chi di loro sia sinceramente innamorato e non solo attratto dal suo denaro o dalla sua posizione.
Ognuno dei corteggiatori, rivelando inconsapevolmente limiti e debolezze, cade nelle sue trappole. La commedia procede così come un meccanismo a incastri, fatto di equivoci, maschere e scambi di ruolo. Fino alla scelta finale quando Rosaura svela l’inganno e sceglie il Conte di Bosconero, l’unico che si è mostrato autentico e rispettoso.
Caterina Murino costruisce una Rosaura che non ha bisogno di rivendicare la propria autonomia. La interpreta con una leggerezza che fa emergere controllo e intelligenza. Osserva, valuta, decide, senza cedere alla tentazione di trasformare il personaggio in un manifesto. Come dice in una battuta chiave, “desiderare e possedere non sono la stessa cosa”, e la Murino lo dimostra restando al centro dell’azione senza sovrastarla. Accanto a lei, Serena Marinelli, anche aiuto regista, dà spessore a Marionette, cameriera complice e non semplice spalla comica, voce di una consapevolezza femminile quando afferma “Le donne conoscono l’arte di pretendere e comandare”.
Ciascuno dei quattro pretendenti interpreta il proprio stereotipo nazionale (il francese galante, l’inglese freddo, lo spagnolo enfatico, l’italiano astuto) con una propria, personale, sfumatura.

da sx: Patrizio Cigliano (Monsieur Le Blau), Giorgio Borghetti (Don Alvaro de Castiglia), Enrico Bonavera (Arlecchino), Lorenzo Volpe (Conte di Bosconero) e Mino Manni (Milord Runebif) ph. Andrea Calvano
Mino Manni è un Milord Runebif ingenuo e scaltro nello stesso tempo. Giorgio Borghetti fa di Don Alvaro de Castiglia un uomo disposto a tutto tranne che alla fatica e alla sincerità. Patrizio Cigliano ritrae Monsieur Le Blau in un parassita rassegnato per natura. Lorenzo Volpe rende il Conte di Bosconero segnato da una sofferenza agrodolce, amara e succube. Alla fine è lui a prevalere, non tanto per la sua fedeltà a Rosaura, ma per quella vocazione di sognatore che lo sottrae sempre dalla tragedia.
L’Arlecchino di Enrico Bonavera è un personaggio educato all’arte della menzogna per legittima difesa, abile nel raggiro e libero di fantasia. Completa l’equilibrio scenico l’amichevole partecipazione di Jean Reno, che presta la voce a Pantalone.
La regia di Giancarlo Marinelli è attenta agli effetti di mestiere, ai giochi di battuta, ai congegni di struttura, invenzioni mimiche, senza forzature interpretative, che funzionano proprio perché non intendono dire più di quanto il testo già dica. E’ uno spettacolo che procede per sottrazione. Toglie enfasi, rispetta i tempi della commedia, lascia che i personaggi si rivelino attraverso le loro azioni più che attraverso dichiarazioni d’intenti.
I costumi dell’Atelier Nicolao, particolarmente curati, restituiscono la Venezia settecentesca senza trasformarla in cartolina e contribuiscono a dare corpo ai continui cambi di identità.
Mettere in scena oggi “La vedova scaltra” significa riportare al pubblico un testo che, pur nato nel Settecento, parla con sorprendente chiarezza al presente. I temi (gli stereotipi, le identità fluide, l’autonomia femminile, i pregiudizi culturali, i rapporti di potere tra uomini e donne) sono già tutti lì, nel 1748. Rosaura-Murino non è l’oggetto del desiderio, ma la regista del gioco scenico. E Goldoni affida a una protagonista femminile la capacità di guidare la storia.













