Il femminicidio è ora un reato autonomo in Italia: un passo storico che ho contribuito a costruire

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Di Renata Bueno, ex parlamentare italiana e avvocata

Oggi celebro, con orgoglio e profonda emozione, una conquista che aspettavamo da molti anni. Il Parlamento italiano ha approvato all’unanimità il disegno di legge che introduce il femminicidio come reato autonomo nel Codice Penale, con l’ergastolo nei casi più gravi — quando commesso in presenza di figli minori o contro una donna incinta — e aggravanti specifiche per tutte le altre situazioni. Il testo, già approvato dal Senato lo scorso luglio, passa ora alla firma del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Dopo la promulgazione, prevista nei prossimi giorni, il femminicidio sarà ufficialmente punito con l’ergastolo.

La data non poteva essere più simbolica. La votazione è avvenuta il 25 novembre, Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne — lo stesso giorno che richiama la Convenzione di Istanbul, l’accordo internazionale che combatte tutte le forme di violenza contro le donne, firmato nel 2011 e ratificato dall’Italia nel 2013. Io ero lì. Come deputata, ho contribuito ad approvare quella ratifica in aula. Oggi, vedere la tipizzazione del femminicidio nel Codice Penale italiano significa assistere alla concretizzazione di un percorso storico al quale partecipo fin dall’inizio.

So quanto è costato arrivare fino a qui. Nel 2013, come prima deputata brasiliana eletta al Parlamento italiano, presentai — insieme a un piccolo gruppo di colleghi di diversi partiti — la proposta di legge 1003/2013, che ha creato il primo quadro normativo specifico contro la violenza di genere in Italia: la cosiddetta legge sul femminicidio, approvata nell’agosto dello stesso anno. Fino ad allora, l’uccisione di donne per ragioni di genere era trattata come un omicidio comune. La nostra legge introdusse le prime aggravanti, l’allontanamento immediato dell’aggressore, la tutela degli orfani di femminicidio e campagne educative obbligatorie. È stato il punto di partenza di tutto.

Dodici anni dopo, vedere finalmente riconosciuto il femminicidio come reato autonomo mi riempie di gioia e di un profondo senso di dovere compiuto. La nuova legge non solo prevede l’ergastolo nei casi più gravi, ma inasprisce anche le pene per stalking, violenza sessuale e pornografia non consensuale, rafforzando l’intero apparato repressivo e preventivo dello Stato.

Questo risultato è stato possibile perché, ancora una volta, donne e uomini di tutti i partiti hanno saputo mettere la difesa della vita delle donne al di sopra delle differenze ideologiche. L’unanimità è, di per sé, un messaggio potentissimo.

Il cammino, però, è ancora lungo: servono più centri antiviolenza, educazione affettiva sin dall’infanzia, formazione continua per forze dell’ordine e magistrati, e un contrasto deciso anche alla violenza economica — silenziosa, persistente e devastante.

I numeri continuano a interpellarci senza tregua. Dei 327 omicidi registrati in Italia nel 2024, 116 vittime erano donne e, nel 92% dei casi, l’autore era un uomo — quasi sempre partner, ex partner o familiare. Il tasso italiano di femminicidio è di 0,31 ogni 100 mila donne (Istat 2023), uno dei più bassi d’Europa, ma comunque inaccettabile: significa una donna uccisa ogni tre giorni. Nel mondo, secondo l’ultimo rapporto ONU, quasi un terzo delle donne ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della vita.

Che questo 25 novembre segni non solo la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne, ma anche il giorno in cui l’Italia ha deciso, in modo unanime e irreversibile, di proteggere davvero le sue figlie.

foto https://www.salvisjuribus.it/

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