© foto di SSC Bari
A Castellammare di Stabia il Bari arrivava con le ossa rotte, in caduta libera, reduce dalla scoppola di Empoli, un 5-0 che ha ribadito come questa non sia, al momento, una squadra: non si impegna, non reagisce, non dà segni di vita. L’imperativo, contro la Juve Stabia, era provare almeno ad avviare la macchina salvavita, sperando che non sia troppo tardi per evitare una retrocessione in Serie C che oggi appare tutt’altro che lontana. Dall’altra parte, la Juve Stabia naviga in zona playoff, sospinta da un entusiasmo intermittente: capace di battere il Palermo, di fermare il Monza ma altrettanto capace di cadere a Modena e di affondare a Marassi contro la Sampdoria. Una squadra che vive di strappi, ma che – rispetto ai biancorossi – un’identità la possiede eccome.
E Castellammare di Stabia, crocevia di forze che si muovono e ribollono sotto la superficie vesuviana, torna a evocare una storia antica. Nel 79 d.C., durante la devastante eruzione del Vesuvio, Plinio il Vecchio, scienziato e ammiraglio, volle sfidare la natura per comprenderla meglio: si spinse fino alla spiaggia stabiese per osservare da vicino il fenomeno. Non fece in tempo a capirlo: la nube piroclastica lo raggiunse e lo uccise all’istante. Il rischio per il Bari, oggi, era di ripresentarsi a Castellammare come Plinio: animato (si sperava) dalla volontà di capire dove si stesse sgretolando il proprio mondo, ma talmente fragile da poter essere travolto in un istante dalla prima ondata avversaria. Per salvarsi, stavolta, non sarebbe bastato guardare: sarebbe servito reagire, prima che la polvere – sportiva, non vulcanica – lo avrebbe potuto sommergere definitivamente.
Questa la formazione mandata in campo da Vivarini: Cerofolini, Meroni, Vicari, Nikolaou, Dickmann, Braunoder, Verreth, Dorval, Pagano, Castrovilli, Moncini. Ancora fiducia a Vicari e Nikolaou nella speranza di fare reparto una volta per tutte.
Il primo tempo scorre come un lungo esercizio di sopravvivenza per il Bari. Nei primi quindici minuti i biancorossi sembrano tenere botta, compatti dietro, mentre la Juve Stabia di Abate impone il suo palleggio fluido e paziente. Il Bari prova timidamente a entrare in partita, a costruirsi qualche varco per avvicinare l’area avversaria, ma la sostanza non arriva mai davvero. Così la prima occasione nasce più per inerzia che per convinzione: a metà frazione Gabrielloni svetta su corner e manda il pallone poco alto.
È il preludio a una serie di brividi continui. La Juve Stabia trova il gol proprio con Gabrielloni, ancora di testa, ma il cross dell’ex Candellone è sporcato da un fallo su Dikmann e Abisso ferma il gioco concedendo un calcio di punzone al Bari Ci si aspetterebbe una scossa del Bari, e invece nulla: anzi, ancora Gabrielloni può colpire indisturbato, stavolta con la porta spalancata, spedendo incredibilmente fuori mentre nessun difensore biancorosso si alza in volo con lui. Un vecchio vizio che si ripresenta, puntuale e inquietante.
Il copione non cambia: i campani segnano di nuovo, e di nuovo l’arbitro annulla per fuorigioco di Correia, confermato dal VAR. Ma ogni volta il Bari resta in apnea, perché di miglioramenti non ce ne sono, non uno. Candellone sfiora il gol, fermato solo dal muro di Nikolaou, mentre la squadra di Abate cresce e affila il ritmo fino a dare la sensazione che il vantaggio sia soltanto questione di tempo. Il Bari, dal canto suo, ha il merito minimo di rimanere aggrappato allo 0-0, nient’altro.
Ancora Gabrielloni, sempre di testa, sempre libero di saltare: il pallone finisce alto, ma l’immagine è la stessa che si ripete, ossessiva. E quando arriva l’intervallo, il responso è impietoso: il Bari non ha mai tirato in porta, ha subito una raffica di situazioni pericolose – soprattutto dall’alto, dove Meroni, Vicari e Nikolaou non hanno mai veramente opposto resistenza – e si è salvato solo grazie ai due annullamenti arbitrali. Nessuna palla giunta dalle parti di Moncini.
Davanti a uno scenario simile, davvero: come si fa a trovare un briciolo di ottimismo?
Il secondo tempo si apre con un lampo timido del Bari: Moncini va al tiro, il primo verso la porta di tutta la gara, ma un difensore lo stoppa sul nascere. È l’inizio di un momento finalmente dignitoso dei biancorossi, un tratto in cui cercano di affondare, provano a costruire, si muovono con un filo di convinzione in più. Ma resta sempre lo stesso difetto: la finalizzazione non esiste, si arriva ai pressi dell’area e poi tutto si scioglie.
Lo 0-0 resiste e, paradossalmente, non ci sono grandi affanni per Cerofolini. I cambi provano a dare ossigeno: Rao al posto di Pagano, Gytkjaer per Moncini. E qualcosa, almeno nell’atteggiamento, si muove. Da un calcio di punizione nasce addirittura la palla più sorprendente del Bari: Verreth calcia dal limite e sfiora il palo, un sibilo che per un attimo sembra poter ribaltare la logica della partita.
Ma è una gara brutta, frenata, in cui la Juve Stabia sembra non voler affondare e il Bari approfitta di qualche spazio con un passo incerto, mettendo appena il muso oltre la trequarti. Poi un palo scuote tutti: Monti prende la mira e colpisce secco, la palla rimbalza fuori, ma quello è l’avviso di sveglia dei campani. I biancorossi rispondono ancora di cambi: Partipilo per Castrovilli, Pucino per Vicari.
E mentre davanti si rinuncia quasi del tutto alla fantasia, dietro finalmente si vede sacrificio. Braunoder e Verreth cambiano pelle: restano bassi, schermano, accorciano e rinunciano a correre in avanti pur di dare sostegno alla retroguardia. Sembra poco, ma è tantissimo rispetto a quanto visto nell’ultimo mese.
La Juve Stabia torna a mordere: Maistro calcia da lontano e Cerofolini si arrangia come può, respingendo con fatica. È un finale di resistenza, più mentale che tecnica. Finisce con il brivido peggiore: punizione al 95’ per fallo ingenuo di Partipilo su Maistro. Calcia lo stesso Maistro, il pallone sfiora l’incrocio e il gelo corre lungo la schiena del Bari. Un centimetro più giù e sarebbe stato il castigo.
La partita finisce così, sospesa sul filo sottile tra paura e sopravvivenza. Un punto sporco, sofferto, figlio del sacrificio. E, forse, per la prima volta da tempo, qualcosa su cui provare a costruire.
Il primo punto dell’era Vivarini arriva al termine di una partita aspra, sofferta, nella quale il Bari ha dovuto soprattutto resistere. La Juve Stabia ha prodotto molto, ha costruito occasioni in serie e, a conti freddi, avrebbe forse meritato qualcosa in più. Ma nel calcio – come ricordava Boskov – “vinci se fai un gol più dell’avversario, non se giochi meglio di lui”, e stavolta il Bari ha scelto la via più semplice e allo stesso tempo più faticosa: difendersi e restare vivo.
Un punto che per i biancorossi vale come ossigeno, come quelle piccole oscillazioni sul monitor che segnalano che il cuore, seppur debole, pulsa ancora. E in questo momento non si può chiedere molto di più. “Non è il tempo che passa, siamo noi che passiamo nel tempo”, scriveva Borges: passando da Empoli a Castellammare il Bari sembra aver compreso che la propria stagione sta scivolando via, e che serve aggrapparsi a ogni centimetro di campo, anche rinunciando a se stesso pur di non precipitare.
È stata una gara brutta, senza qualità, un punto di sofferenza più che di costruzione, ma proprio per questo utile. Un Bari piccolo, operaio, attento come raramente si era visto, soprattutto nella fase in cui solitamente si sgretola. Non è stato un caso che oggi la difesa sia sopravvissuta: non per meriti propri, ma perché finalmente protetta dai centrocampisti, tutti disposti a lavorare in sottrazione, non in proposta. Braunoder ne è stato l’esempio migliore, uomo di posizione, di sacrificio: per una volta il migliore in campo è stato colui che non ha creato, ma ha impedito.
Certo, la Juve Stabia ha graziato il Bari più volte, tra gol annullati, colpi di testa liberi e un palo clamoroso. E quando ci si salva per interventi del VAR e centimetri sul ferro della porta, non si può fingere nulla. Però c’è un segnale da cogliere: il Bari non è crollato, non è sparito dal campo, non si è sciolto dopo la prima difficoltà. Ha contenuto, ha resistito, ha accettato il proprio limite e lo ha trasformato in piano partita.
Spesso il meglio è nemico del bene, pensava Voltaire fino a farlo diventare un proverbio. Oggi il Bari non aveva il meglio da offrire: ha scelto il bene minimo, quello che permette di sopravvivere. La medicina serve ancora, e parecchia, perché col Pescara non basterà il contenimento: servirà un Bari che prova a proporre, a ripartire, a portare palla, a immaginare qualcosa di proprio.
Questo punto non è un arrivo, né una svolta. È semplicemente il primo gradino, fragile e provvisorio. Ma per chi veniva da cinque gol presi e da una squadra senza respiro, è un gradino che, almeno per ora, si può considerare prezioso.
Massimo Longo
















