Reddito e regioni italiane

Economia & Finanza

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Una foto preoccupante delle regioni italiane , nell’ambito del Piano di Transizione elaborato dalla

Commissione e presentato due settimane fa a Roma . In termini di PIL pro capite ogni regione , perde rilevanti  posizioni dal 1993 a oggi.

Il 1991 fu l’anno in cui il nostro Paese raggiungeva il massimo livello di benessere relativo. Il debito pubblico era alto , ma per l’ultima volta si attestava sotto il 100% del PIL .

 Il Corriere della Sera nella edizione del 16 maggio 1991 usciva con il titolo : “ Italia quarta potenza “. L’anno dopo si firmò il Trattato di Maastricht , che porterà all’adesione al sistema monetario e nel 1993 i sindacati accettavano la concertazione salariale. Un processo aveva per decenni permesso il miglioramento delle condizioni di vita.

Il PIL pro capite

Un pil pro capite italiano passato dal 32,7% di quello statunitense del 1948 al 72,9% del 1991. Nel 2018 era sceso al 62,1% , un valore superato a fine anni 60 e oggi è pari al 53%. Lo scorso mese si è tenuto a Roma un incontro su  sostenibilità ,  competitività industriale e sulle  linee guida elaborate  dal Clean Industrial Deal e dalla Single Market Strategy della Commissione Ue : il piano strategico della Commissione europea .

In tale evento si è discusso  del pil pro capite e per occupato in ambito europeo tra il 1995 e il 2023. Dati che mostrano come dopo il 2001 le regioni italiane sono arretrate sul piano del reddito . Esito , che non risparmia nessuna regione. La fonte di questi dati è la ricerca :  “ Regioni italiane verso regioni europee: i fattori della mancata convergenza “  di Maranzano e  Romano. La ricerca evidenzia in particolare la contrazione dei salari italiani rispetto alla media europea. Una classifica che colpisce molto. 

La Lombardia passa dal 17esimo posto del 1995 al 42esimo nel 2023. Il  Piemonte  dal 43esimo posto del 1995 al 97esimo posto del 2023 ; la Campania passa dal 138 esimo posto del 1995 (17.400 euro) al 160esimo del 2023 (19.998); il Veneto passa dal 37esimo posto del 1995 (30.055 euro) al 82esimo del 2023 (34.220); la Sicilia passa dal 142esimo posto del 1995  al 161esimo del 2023 . La Toscana passa dal 52esimo posto  al 95esimo del 2023 ; il Lazio passa dal 27esimo  al 79esimo del 2023 .

L’arretramento in Europa

Nel 1995 il pil pro capite dell’Italia all’interno della UE era al 75 posto e , oggi è al 116 posto. L’Italia ha comunque smesso di investire sul futuro produttivo. Inequivocabilmente i dati Istat mostrano un  aumento di 7 punti percentuali degli investimenti,  tra 2023 e 2024 al 22%. Guardando la composizione degli investimenti risulta , che prevalentemente sono da attribuire alle costruzioni e quindi scarsi gli investimenti , in attrezzature e macchine industriali. Al palo gli investimenti in ricerca e sviluppo , stagnanti al 2,5% del PIL. Insomma una economia che ha concentrato le risorse su investimenti , a bassa produttività ed alta intensità di lavoro ( superbonus e incentivi in edilizia).

Persa l’occasione nel primo PNRR , che sembrava volesse fare riferimento al Piano Amaldi. Una proposta per aumentare i fondi per la ricerca pubblica con un investimento triennale di 15 miliardi e superare quello 0,5% del PIL che oggi si spende in R&S pubblica.

La spesa in R&S è un indicatore usato per valutare l’innovatività di un determinato Paese che segnala un avanzamento in termini di dinamicità industriale .

Ricerca e Sviluppo

lI nostro Paese, investe in ricerca pubblica 150 euro per ogni cittadino in un anno, la Francia investe 250 euro, la Germania 400 euro. Non solo: la Francia spende il 50% in più dell’Italia in ricerca pubblica, ma spende anche il 35% di più in istruzione pubblica e il 18% in più in sanità pubblica.

E’ trenta anni che cresciamo poco e sempre sotto la media UE. Esiste un irrisolto problema di finanziamento , che chiama in causa il credito bancario alle imprese essendo la principale fonte di finanziamento. Credito diminuito  secondo i dati di Banca d’Italia, lo stock di prestiti alle imprese non finanziarie è passato da 900 miliardi di euro nel 2011 a circa 700 miliardi nel 2020.  La borsa italiana, misurata dalla capitalizzazione rispetto al PIL, resta tra le più piccole d’Europa, oscillando intorno al 30-35% del PIL contro il 100% della Francia o il 60% della Germania, limitando drasticamente le possibilità di finanziamento attraverso il mercato azionario.

I dati evidenziano il grande fallimento delle classi dirigenti , in primis del settore politico.

Non manifestano però nessuna vergogna mente la qualità complessiva della vita degli italiani è regressa in maniera preoccupante.

Il Rapporto Censis presentato oggi segnala , che  “non stupisce che quasi la metà degli italiani (il 46,8% ma la percentuale sale al 55,8% tra i più giovani) sia convinta che l’Italia non abbia davanti a sé un futuro all’insegna del progresso. O che il 38,7% consideri le democrazie inadeguate a sopravvivere nell’età selvaggia, quando a contare sono la forza e l’aggressività, anziché la legge e il diritto”. Un Paese  dove il debito condiziona i governi, vanno in crisi i modelli sociali e le autocrazie fanno meno paura di ieri

 

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