di Massimo Burghignoli *
I liberali del PLI, nonni e genitori di Società Libera, mantennero da sempre una posizione problematica, per non dire avversa, sulle regioni.
Luigi Einaudi per primo assunse una postura complessa e articolata al riguardo, giungendo quasi alla contraddizione, come emerge chiaramente dai suoi interventi all’ Assemblea Costituente e dai suoi scritti: era infatti a favore di un’ampia autonomia amministrativa locale, garanzia di democrazia e libertà, ma al tempo stesso nutriva forti perplessità sullo spingere l’autonomia fino al conferimento di poteri legislativi e finanziari alle regioni, temendo che potessero minare l’unità economica e politica del Paese e, peggio, creare barriere invisibili fra le regioni stesse, a causa dei diversi ordinamenti.
In effetti, da un lato Einaudi era un sostenitore del liberalismo e dell’autonomia individuale e degli enti territoriali (comuni e province) come contrappeso al centralismo statale, che vedeva come potenziale fonte di tirannia; ma, dall’altro, sostenne, con facile profezia, che il modo in cui le regioni furono concepite nella Costituzione italiana, ossia con proprie competenze legislative e finanziarie, avrebbe portato a un aumento della spesa pubblica, a inefficienze burocratiche e, soprattutto, avrebbe creato barriere economiche interne, trasformando l’Italia in un “quadro bizzarro di tanti stati, separati economicamente“.
Con la consueta lucidità, distinse immediatamente il Federalismo dal Regionalismo: a differenza della Svizzera o degli USA, infatti, in Italia non preesistevano Stati, desiderosi di riunirsi in un processo federativo, bensì uno Stato unitario che avrebbe calato dall’alto il regionalismo su un territorio ben prima d’allora disomogeneo, e per ragioni affatto diverse da quelle conosciute e/o considerate dal legislatore centrale. Nel caso italiano, Einaudi parlò infatti di “falso federalismo”.
Sosteneva la necessità per gli enti locali (comuni e regioni) di avere risorse finanziarie proprie e non solo trasferimenti dallo Stato, al fine di garantire una vera autonomia e responsabilità fiscale; tuttavia, ancora in apparente contraddizione, era contrario alla creazione di nuovi tributi regionali che potessero ostacolare la libera circolazione di beni e servizi a livello nazionale.
Non potendosi conciliare l’inconciliabile, Einaudi propose allora un approccio graduale, suggerendo di ampliare i poteri delle regioni solo dopo aver constatato che quelli già loro conferiti avessero dato buona prova nel tempo.
Trascorsero infatti 22 anni prima che i partiti, valutando in modi opposti l’attuazione parziale del decentramento amministrativo, approvassero a maggioranza l’istituzione delle regioni a statuto ordinario. Queste contraddizioni erano in realtà solo apparenti, giacché le ricette di governo debbono sempre equilibrare esigenze contrapposte, e purtuttavia effettive e legittime; ed è questa la principale difficoltà della politica.
Ancora Giovanni Malagodi, dirigendo il PLI negli anni ’50 e ’60, fu il più radicale portavoce politico dell’antiregionalismo, più ancora di Einaudi. Infatti, riteneva che l’istituzione delle Regioni, per le grandi forze politiche (DC, PSI, PCI), fosse esclusivamente una spartizione di potere e risorse a livello locale, consolidando quello che lui definiva il “regime dei partiti” e aumentando la corruzione e l’inefficienza (difficile non intravvedervi le future posizioni radicali di Marco Pannella).
Egli pronunciò un discorso particolarmente significativo alla Camera l’8 marzo 1962:
“Le regioni sono una minaccia grave per l’unità e per l’efficienza dello Stato italiano.
Con le regioni, onorevoli colleghi, noi arriviamo veramente al cuore dell’operazione politica in corso. Il programma del Governo sacrifica un maggior impegno per il progresso economico-sociale… e dà invece una prima priorità all’esigenza… di liquidazione dell’economia di mercato e per favorire il potere del partito socialista e, dietro di esso, del partito comunista.
Ma questi sono errori di realizzazione più lenta… Fra tutti, le regioni sono l’errore immediato più grave, perché si possono realizzare d’un sol colpo, e perché sono irreversibili.
Le regioni sono una pessima idea dal punto di vista politico e dal punto di vista economico. Vogliono dire creare un’altra burocrazia, spendere delle somme colossali.
Luigi Einaudi già sei o sette anni fa fece un conteggio che arrivava a somme direi raccapriccianti.
L’Italia, onorevoli colleghi, non è nata dalle Regioni, ma dai Comuni! E quando noi ci battiamo per l’unità d’Europa, e l’integrazione europea, il creare 16 o 19 barriere interne, 16 o 19 nuove burocrazie, 16 o 19 nuovi centri di spesa, in Italia, è una balorda contraddizione che non ha giustificazione storica, economica o politica”.
Sotto la sua guida, il Partito Liberale rimase coerentemente contrario all’attuazione del regionalismo negli anni in cui si discutevano le leggi per rendere le Regioni operative. Il PLI vedeva la Regione come un “mostro burocratico” e un’inutile dispersione di energie.
Occorsero infarti vent’anni per attuare l’art. 116 3ºcomma della Costituzione, con i voti favorevoli del PRI, della DC, e del PCI. Votarono contro soltanto PLI e MSI.
Quindi, sia Einaudi che Malagodi temevano che l’istituzione regionale non portasse alla libertà e all’efficienza desiderate, ma solo a una maggiore spesa, burocrazia e lottizzazione politica, a discapito della coesione nazionale e del rigore finanziario. Possiamo affermare oggi che avessero torto? Oggi non abbiamo alcun equilibrio fra centralismo e regionalismo, bensì un accumulo dei difetti di entrambi i modelli. Compito di un concreto e attento liberalismo, quindi, è quello di comprendereed organizzare un ripensamento.
*Società Libera
















