Lo spettacolo di Massimo Romeo Piparo mette al centro infanzia, educazione e modelli di genere
Non sempre le cose sono come sembrano. Spesso basiamo le nostre percezioni su idee preconcette che distorcono la realtà. Anche Matilda il Musical, nella nuova edizione al Teatro Sistina di Roma, sfugge all’etichetta di semplice favola per bambini.
La trama
La struttura del musical resta fedele al romanzo di Roald Dahl. Matilda Dalverme, cinque anni, è una bambina di grande intelligenza, ma ignorata da una famiglia indifferente. Un padre truffatore di auto usate, una madre ossessionata dal ballo latino-americano, un fratello apatico. Nella biblioteca del paese, fra i libri (da Dickens in poi) e grazie alla libraia Mrs. Phelps, trova la sua prima forma di riconoscimento.
Alla scuola “Aiuto!” incontra due figure antitetiche. La maestra Dolcemiele, che ne intuisce il talento, e la direttrice Trinciabue, che dirige l’istituto con metodi crudeli e punitivi, dallo “strozzatoio” a punizioni arbitrarie.
Una falsa accusa in classe, un tritone (una lucertola), che scatena il panico della direttrice, fa emergere in Matilda la telecinesi. Dono che la bambina usa per aiutare Dolcemiele a recuperare casa e stipendio sottratti dalla zia-preside. Lo stratagemma funziona, la legalità viene ripristinata e la Trinciabue è costretta a fuggire.
La bambina, finalmente stimolata da un ambiente adatto a lei, perde i poteri, ormai superflui. Quando i genitori, in fuga da un mafioso truffato dal padre, tentano di scappare a Cuba, Matilda sceglie di restare con Dolcemiele, segnando l’inizio di una vita nuova.
Un cast che sorprende
La vera scoperta dello spettacolo sta nelle scelte di cast. Sebastiano Somma, nei panni della terribile Trinciabue, disegna un personaggio di forte impatto, lontano dall’immagine consueta del “bello” che “non balla”. Qui invece balla e, soprattutto, canta e costruisce una figura di autorità deformata, al limite del grottesco.
Roberta Lanfranchi, una signorina Dolcemiele misurata e credibile, non è la simpatica conduttrice radiofonica della porta accanto e, lontana dagli stereotipi televisivi che l’hanno resa popolare, dà vita a una maestra che trasforma la propria fragilità in forza narrativa e delinea un personaggio di profonda umanità.
Il cast comprende Giulia Chiovelli (Matilda), Elena Mancuso e Gianmarco Pozzoli nei ruoli dei genitori Dalverme, Matteo Guma in più personaggi, Ilaria Fioravanti è la libraia e Giovanni Papagni veste i panni di Michael. Ma sono i bambini, e Giulia in particolare, i veri protagonisti della scena, con una presenza che riempie il palcoscenico e sorregge l’intero impianto dello spettacolo.

I giovani interpreti sono i veri protagonisti dello spettacolo (ph. Gianluca Saragò)
Un musical che interroga gli adulti
Il musical non si limita a essere un prodotto per l’infanzia. Interroga gli adulti sulla loro difficoltà a comprendere i più piccoli, sul rischio di trattarli come progetti da modellare anziché persone da ascoltare. Gli abusi psicologici che Matilda subisce (in famiglia come a scuola) appartengono al realismo quotidiano più che al fantastico, anche quando la bambina sviluppa la telecinesi in risposta alla rabbia accumulata.
La dimensione di genere
La messinscena evidenzia un ulteriore livello di lettura, quello legato alla dimensione di genere. Nella ricerca di un modello femminile a cui ispirarsi, Matilda esclude la madre (figura frivola e superficiale) e la Trinciabue, entrambe segnate da una sorta di patriarcato interiorizzato.
Nell’interpretazione di Somma, la direttrice Trinciabue incarna il paradigma della donna che, per farsi strada in un mondo di uomini, ne assorbe i tratti più tossici. Al contrario, la Dolcemiele della Lanfranchi acquisisce autorevolezza (diventerà, come nel film, anche preside) senza sacrificare la propria femminilità, senza rinunciare alla propria umanità, offrendo a Matilda una virtuosa “via di mezzo” fra la madre opprimente (e oppressa) e l’algida donna in carriera.
Anche la libraia Phelps (una convincente Ilaria Fioravanti) contribuisce a definire questo percorso. Quando dice “So che sei solo una piccola bambina, ma c’è una sorta di magia da qualche parte in te. L’ho vista con i miei occhi” ribadisce il valore all’educazione. Impiegata nella sfera pubblica, e quindi economicamente indipendente, aiuta altre ragazze e donne in un cammino analogo di emancipazione.

Sebastiano Somma nei panni della terribile direttrice Trinciabue (ph. Gianluca Saragò)
Oltre la favola
“Matilda il Musical” funziona quando accetta di essere scomodo, quando mostra l’orrore quotidiano dell’infanzia ignorata o maltrattata. La regia mantiene un equilibrio costante tra spettacolo e lettura critica del testo, senza smussare la durezza dei rapporti familiari e scolastici. Lo spazio scenico è gestito con misura, senza eccessi, lasciando ai giovani interpreti la centralità che meritano. Non è una bella favola per bambini, è un invito a ripensare cosa significhi crescere, educare, esercitare potere. E questo, in fondo, è più necessario di una favola.
“Da qualche parte, dentro ognuno di noi, c’è il potere di cambiare il mondo”, la frase chiave del romanzo ritorna come constatazione più che come slogan. È la maestrina Dolcemiele a riconoscere in Matilda quella “magia” che nasce dai libri e dall’immaginazione. La capacità, di Matilda e di tutte le bambine, di immaginare una realtà diversa, libera dai limiti imposti alle donne, e di renderla possibile.
















