Bari, un pareggio che sa di sconfitta: contro l’ultima resta solo la polvere del fondo del barile

Sport & Motori

Di

© foto di SSC Bari

C’è un filo sottile tra un pareggio e una mezza sconfitta; oggi, quel filo ha il colore bianco e rosso. Il Bari non ha perso, è vero, ma neanche ha vinto quando era obbligatorio farlo, contro l’ultima in classifica e con la peggior difesa del torneo. Alla fine resta un punto, raccolto come si raccoglie una briciola caduta per sbaglio da un tavolo già sparecchiato. E verrebbe da citare Flaiano quando sosteneva che “la situazione è grave ma non è seria”: perché, se fosse seria, allora ci sarebbe da scappare.

Il primo tempo è stato qualcosa che nemmeno la fantasia di Kafka avrebbe potuto piegare in forma più grottesca. Il Pescara arriva a Bari, ultimo, fragilissimo, teoricamente da prendere a sberle tecniche e psicologiche. E invece detta legge nel primo tempo, segna pure con Di Nardo lasciato solo – come tutti quelli che colpiscono di testa in area barese – e poi si ritrova persino in dieci. La partita, quindi, si apparecchia da sola: basta sedersi e mangiare. Ma sarebbe troppo semplice per questo Bari. Perché la squadra di Vivarini ha preso la tovaglia, l’ha tirata via e ha fatto cadere tutto per terra. Nel secondo tempo il Bari ci ha provato, ha pressato, ha occupato la metà campo avversaria, ha alzato la voce, ma lo ha fatto parlando una lingua sconosciuta. Senza sintassi. Senza logica. Un accampamento nel deserto dei proverbiali “quattro scappati di casa”, non un appartamento ordinato al buio. L’unica lampadina, ancora una volta, si chiama Dorval, che presto saluterà per la Coppa d’Africa: un paradosso nel paradosso.

Il gol è arrivato quasi per inerzia, come quando una biglia rotola dove deve rotolare. Eppure sono stati falliti due rigori, uno divorato, l’altro ribattuto con coraggio da Moncini, a cui il pubblico non ha tolto dignità con i fischi. È bastata quella piccola dimostrazione di umanità per ricordarci chi sono i tifosi del Bari, un popolo che capisce di calcio e che sa distinguere il difetto tecnico dalla mancanza di volontà.

Le lacune strutturali, però, sono riemerse nella loro nudità, peggio di ieri e forse meno di domani: centrocampo che non costruisce né filtra, difesa che non salta, non legge le traiettorie anche quelle più impercettibili dei codici di geometrie esistenziali, direbbe Battiato, non prevede; reparto offensivo che dipende da episodi e illuminazioni isolate, ora ci si mettono anche i rigori sbagliati.

Il cambio d’allenatore avrebbe dovuto scuotere le macerie, invece per ora sembra averle solo rimescolate. Non è solo un malessere tattico: qui c’è un’anemia mentale evidente, quasi clinica, e dire serve uno psicologo non suona come ironia, ma come presa d’atto. Perché pare di assistere a un gruppo in coma tecnico ed emozionale, e la domanda non è più come se ne esce? Ma ci sono i mezzi per uscirne?

Si arriverà a gennaio e si tenterà l’ennesima caccia all’uomo di qualità, ma a gennaio si sa: i cavalli buoni non li lascia nessuno. E per prenderli servono soldi veri, quelli liquidi, quelli che la Filmauro sembra custodire in cassaforte con la cura con cui i monaci medievali custodivano i codici miniati. Ma “senza mezzi, non si scrive la storia”, diceva Tucidide, e qui la storia rischia di scriverla qualcun altro.

Vivarini ha tolto Vicari e Verreth all’intervallo, poi anche Nikolaou: simbolicamente, è come smontare una casa partendo dalle fondamenta. Se chi dovrebbe reggere la baracca viene sostituito, il messaggio è semplice: non funziona nulla. Né dietro, né in mezzo, né davanti. È una squadra in balia di sé stessa, in balia dell’avversario, della paura, del vento. E quando si raschia il fondo, si pensa sempre che sia l’ultimo strato. Oggi, invece, si è scoperto che ce n’era ancora. E che sotto, forse, ce n’è ancora un altro.

Restano i tifosi, pochi ma dignitosi, che non meritano questo spettacolo: quelli che hanno i capelli bianchi che hanno visto il Bari di Radice sbagliare rigori e precipitare, quello di Casarsa che pure sbagliava rigori. Loro che hanno già digerito incubi simili e sperano di non rivederli. E invece eccoci qui: un Bari salvo, matematicamente, se il campionato finisse oggi. Ma la matematica, si sa, non contempla la disperazione.

Oggi, come da tre anni a questa parte, è stato calcio senza gioia, senza entusiasmo, senza cuore. Un pareggio che ha il sapore del latte scaduto. E il più grande timore è che l’incubo non sia un episodio, ma una precisa traiettoria. Se non arriverà una scossa – un lampo, una vittoria scoppiata quasi per errore, una scintilla che rompa l’inerzia – Bari è destinata a trascinarsi verso una fine grigia, lentamente, senza gridare. E Dante direbbe che è proprio questa la punizione più crudele: “non è morte, ma è quasi vita”.

Massimo Longo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Traduci
Facebook
Twitter
Instagram
YouTube