IN NOME DELLA LEGGE … MORALE
Il parresiasta, ovvero il coraggio di dire la verità.
di Roberto Chiavarini
Vi è un’antica virtù, a lungo smarrita, che conobbe il suo pieno sviluppo nell’età classica: “la Parresia”.
La parresia, dal greco “libertà di dire tutto”, fu ed è una virtù che definisce il “parlar franco“ ovvero, “il diritto e il dovere” di ogni individuo di dire la verità, indipendentemente dalle ripercussioni che tale azione potrà provocare.
Il parresiasta si esprime con chiarezza e coscienza, conscio della propria posizione e degli effetti che le sue parole possono generare.
Anche sapendo di esporsi a possibili conseguenze negative, sceglie deliberatamente di non rinunciare alla verità, vissuta come un obbligo etico da cui non può sottrarsi.
Per questo critica e si oppone a un potere che devia da una condotta corretta.
Dopo lunghi anni di silenzio fu Michel Foucault, attento e puntiglioso studioso del potere, nell’autunno del 1983 (sei mesi prima della sua prematura dipartita) a riporre l’attenzione sul tema tenendo una serie di seminari presso l’Università di Berkley.
Così si espresse il Filosofo francese considerato “l’archeologo dei saperi”:
“La parresia è una specie di attività verbale in cui il parlante ha uno specifico rapporto con la verità attraverso la franchezza, una certa relazione con la propria vita attraverso il pericolo, un certo tipo di relazione con sé stesso e con gli altri attraverso la critica (autocritica o critica di altre persone) e uno specifico rapporto con la legge morale attraverso la libertà e il dovere. Più precisamente, la parresia è un’attività verbale in cui un parlante esprime la propria relazione personale con la verità e rischia la propria vita, perché riconosce che dire la verità è un dovere per aiutare altre persone (o sé stesso) a vivere meglio. Nella parresia il parlante fa uso della sua libertà e sceglie il parlar franco invece della persuasione, la verità invece della falsità o del silenzio, il rischio di morire invece della vita e della sicurezza, la critica invece dell’adulazione e il dovere morale invece del proprio tornaconto o dell’apatia morale”.
Sono pienamente d’accordo, con chi sostiene che il parresiasta è colui che si sottrae al frastuono della massa, non si lascia sedurre dal brusio della opinione dominante e, cercando instancabilmente la verità oltre i discorsi prefabbricati, si erge a monito, gettando in faccia al potere ciò che è vero, quantomeno secondo lui, il che significa difendere il proprio libero pensiero e il proprio libero arbitrio.
Egli è pienamente consapevole della propria condizione subordinata, ed è proprio dentro questa dinamica di assoggettamento che il suo gesto trova valore: “dire la verità nonostante il rischio, nonostante le possibili sanzioni dell’autorità”.
La parresia non ha nulla a che vedere con il pettegolezzo triviale, né con un discorso volto al proprio tornaconto; è una parola rivolta al potere in nome della giustizia, una critica che avverte e orienta, considerata un imperativo morale assoluto e non negoziabile: “la verità non può essere il risultato di un compromesso, essa o esiste in sé, oppure non esiste affatto”.
Ed aggiungo ancora che, “tanto più un uomo è di successo” tanto più egli mette a repentaglio i suoi equilibri morali e vitali.
Magari chi non possiede nessuna ricchezza materiale e/o immateriale, non rischierà nulla, ma è cosa diversa avere “tutto” e mettere a repentaglio quel “tutto” solo per una questione morale. San Francesco d’Assisi “docet”.
E come cercare la verità? La si cerca e la si trova solo attraverso i fatti e solo i fatti, per non sfociare nella banalità indimostrabile, tanto che Leonardo Sciascia, a questo proposito, così si pronunciava”…Ma un fatto è un fatto: non ha contraddizioni, non ha ambiguità, non contiene il diverso e il contrario.”
Il parresiasta, dunque, è l’interprete di una voce che non cerca consensi, non teme la maggioranza e i suoi pregiudizi, non utilizza artifici retorici per edulcorare il proprio discorso, quel che egli dice e che può dimostrare come “verità incontestabile”, basta a sé stesso e, in quanto tale, è valore in sé.
La ricerca della verità non è una critica che si attua solo all’esterno, come bene ha sottolineato Umberto Galimberti: “Qui la critica diventa “autocritica“, capacità di dire la verità a sé stessi, di scandagliare la propria ombra, le cantine della propria anima, in linea con il messaggio dell’oracolo di Delfi: “Conosci te stesso”. Forse tutte le pratiche psicoanalitiche, con la complicazione dei loro linguaggi, non hanno ancora raggiunto la semplicità di questo messaggio a cui ci conduce il buon uso della parresia: dire a sé stessi, almeno a sé stessi, la verità.
“La forza del parresiasta nasce da un’analisi lucida e accurata di sé stesso: egli esplora il proprio interiore, si mette in discussione e assume personalmente il peso della verità (e non c’è assolutamente bisogno di avere uno straccio di laurea, una formazione politico-amministrativa o una ideologia inquinante nemica della verità, per essere in grado di capire e analizzare dove c’è o non c’è il giusto). È proprio grazie a questa disciplina preliminare che il parresiasta trova il coraggio di procedere a testa alta e ad esporsi in prima persona”.
Foucault scrisse: “Se c’è una specie di «prova» della sincerità del parresiastes, essa sta nel suo coraggio. Il fatto che un parlante dica qualcosa di pericoloso – qualcosa di differente da ciò che la maggioranza crede – è una forte indicazione del fatto che egli sia un parresiastes.”
In un momento storico dove le opinioni e le voci si moltiplicano, si intrecciano e si sovrappongono, riportare in auge la ricerca e la possibilità di dire il vero, è una missione che “deve” essere compiuta.
Ritrovare il coraggio di opporsi al pregiudizio della moltitudine (oggi costituita dall’esercito infiltrato nelle Pubblica Amministrazione, figlio della corrotta raccomandazione) e al diktat del potente di turno.
Così si espresse il Giudice Giovanni Falcone: “Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l’essenza della dignità umana”.
Insomma, bisogna riscoprire il valore della critica, dell’opposizione, del dubbio e dell’analisi; tutti elementi fondanti della razionalità umana che non possono essere posti all’ombra della logica globalista del “pensée unique” (pensiero unico).
Soprattutto quando ogni problema sociale non si affronti in termini di logica, bensì di forza.
ROBERTO CHIAVARINI
Opinionista di Arte e Politica
















