Pfas nell’aria: l’Italia di fronte all’emergenza invisibile tra Piemonte e Toscana

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«La terra non ci appartiene: noi apparteniamo alla terra.» — Chief Seattle

Gli inquinamenti non sono tutti uguali: alcuni si vedono, altri si respirano, altri ancora si insinuano senza lasciare traccia visibile. Tra questi ultimi ci sono i Pfas, le cosiddette sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche, composti sintetici progettati per resistere a qualunque forma di degradazione. Per questo vengono definiti inquinanti eterni: non li abbatte la pioggia, non li ossida il sole, non li scompongono i microrganismi. Restano nell’ambiente per secoli, entrando nel suolo, nell’acqua e persino nell’aria che respiriamo.

Cosa sono i Pfas e perché l’industria li usa

I Pfas sono molecole con una catena di carbonio saturata di fluoro, uno dei legami chimici più stabili mai creati. Da qui derivano impermeabilità, antiaderenza, resistenza chimica e termica, caratteristiche che li rendono perfetti per centinaia di applicazioni industriali e quotidiane.

I principali utilizzi includono: rivestimenti antiaderenti, tessuti impermeabili e antimacchia, imballaggi alimentari anti-grasso, schiume antincendio, cosmetici waterproof, microelettronica e semiconduttori, vernici, lubrificanti e detergenti industriali.

Perché i Pfas sono pericolosi

Una volta dispersi, i Pfas non si degradano. Entrano nei cicli biologici e si accumulano nei tessuti umani: fegato, reni, tiroide, sangue e tessuti fetali. Gli effetti documentati includono:

• immunotossicità – riduzione della risposta immunitaria e minore efficacia vaccinale
• interferenze endocrine – alterazioni della tiroide e del metabolismo
• epatotossicità – steatosi, aumento degli enzimi epatici e rischio tumorale
• disturbi della fertilità e dello sviluppo fetale
• aumento del rischio di alcuni tumori – rene, testicolo, fegato
• effetti cardiovascolari – colesterolo alto, ipertensione

L’esposizione cronica, anche a basse dosi, genera danni progressivi e spesso irreversibili.

I Pfas nell’aria: l’inquinamento invisibile

Tra il 2007 e il 2023, secondo Greenpeace ItaliaIspra e Registro europeo PRTR, il 76% delle emissioni italiane di gas fluorurati (F-gas) proviene dal Piemonte, concentrato nel polo chimico di Spinetta Marengo (Alessandria), sede della Syensqo (ex Solvay).
Da solo, lo stabilimento ha immesso oltre metà dell’inquinamento nazionale legato a questi composti.

Le sostanze rilasciate in aria ricadono sul suolo, raggiungono fiumi, laghi e falde acquifere, entrando nel ciclo dell’acqua potabile. L’Agenzia Europea dell’Ambiente conferma che l’inquinamento è diffuso e non confinabile, generando un impatto ambientale a scala nazionale.

Spinetta Marengo: il cuore dell’emergenza

Spinetta Marengo è l’unico stabilimento italiano che produce Pfas. Per anni le emissioni sono state coperte da segreto industriale, fino a quando il Tar del Piemonte non ha imposto la pubblicazione dei dati.
Il territorio mostra contaminazioni diffuse: falde compromesse, presenza di composti fluorurati nel sangue degli abitanti, suoli e corsi d’acqua contaminati.

Solvay in Toscana: Rosignano e la complessità ambientale

Oltre al Piemonte, il gruppo Solvay ha una presenza storica in Toscana, nello stabilimento di Rosignano. Qui, pur non producendo gli stessi Pfas di Spinetta, l’impianto gestisce molecole fluorurate ad alta persistenza, con implicazioni ambientali e sanitarie simili.

Le principali criticità:

• scarichi industriali nel tratto costiero, responsabili della colorazione delle “spiagge bianche”
• sostanze fluorurate nei sedimenti marini, evidenziate da studi indipendenti
• emissioni atmosferiche e sottoprodotti chimici, con mobilità e persistenza analoghe ai Pfas

Questo significa che l’inquinamento non è confinato al Piemonte: la Toscana costiera contribuisce indirettamente alla diffusione dei composti nell’ambiente, con ricadute su suolo, aria e mare. Comunità scientifiche e associazioni chiedono maggiore trasparenza sulle sostanze effettivamente impiegate e rilasciate.

La falsa alternativa del C6O4

Negli ultimi anni, Solvay/Syensqo ha introdotto il C6O4 come sostituto “più sicuro” dei Pfas tradizionali. Studi del CNR, dell’Università di Padova e di Medicina Democratica mostrano:

• tossicità acuta simile ai Pfas storici
• dati insufficienti sulla tossicità cronica
• mobilità ambientale elevata
• concentrazioni già rilevate nel territorio attorno agli impianti

Nel 2024 la Provincia di Alessandria ha imposto uno stop temporaneo alla produzione dopo rilevamenti preoccupanti.

F-gas e clima: un impatto nascosto

Molti F-gas hanno un potenziale di riscaldamento globale (GWP) migliaia di volte superiore alla CO₂. Alcuni si degradano in TFA, un Pfas estremamente persistente e tossico per la riproduzione.
Alternative sicure esistono e sono adottate in diversi Paesi europei, ma l’Italia continua a produrre sostanze ad alto rischio.

Il vuoto normativo italiano

In Italia non esiste un divieto di produzione o uso dei Pfas. I limiti vigenti riguardano solo le acque potabili, mentre le emissioni industriali non sono regolate.
Il Regolamento europeo F-Gas (2024) prevede riduzioni graduali entro il 2030, ma lascia agli Stati membri il compito di controlli e sanzioni. Finora, il controllo italiano è risultato inadeguato.

Conclusione: respirare il futuro

Il problema dei Pfas non riguarda un singolo fiume o comune: è una questione nazionale, che coinvolge Piemonte, Toscana, mare, aria e suolo.
È un inquinamento invisibile, diffuso, persistente, già presente nei nostri corpi. La vicenda di Spinetta Marengo e di Rosignano mostra un’Italia sospesa tra trasparenza e opacità, tutela della salute e interessi industriali.

Non possiamo permettere che l’aria, l’acqua e il suolo diventino archivi chimici eterni dei nostri errori. Non possiamo accettare che ciò che respiriamo duri più a lungo di noi. E soprattutto, non possiamo più dire di non sapere.

Carlo Di Stanislao

foto assoutenti

 

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