Poli, “Le Troiane” a Palazzo Conti

Teatro

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Il Teatro Mobile mette in scena la versione di Sartre con audiocuffie e senza allestimento

“Le Troiane” di Euripide, andato in scena nel Palazzo Conti di Poli, in provincia di Roma, su iniziativa dell’Amministrazione comunale, è uno spettacolo che lavora per sottrazione: di scenografie, di retorica, di distanza emotiva. Ed è proprio questa scelta che funziona, perché non attualizza il testo con sovrastrutture, ma lascia che il presente emerga per analogia.

 

Il teatro negli spazi storici

L’allestimento è firmato dal Teatro Mobile, progetto che si fonda sull’dea di portare il teatro nei luoghi della storia senza modificarli, senza strutture invasive e senza consumo energetico aggiuntivo. Lo spazio non viene occupato, ma attraversato.

 

L’intervento scenico ha l’impatto discreto di una visita guidata, pensata nel rispetto dei vincoli museali, archeologici e paesaggistici. Il sistema di fruizione in audiocuffia, realizzato con il partner tecnico Silent System, isola e concentra l’ascolto, creando un rapporto diretto tra parola, corpo e spazio, e trasformare così lo spettatore in un testimone ravvicinato.

 

Il fonico Gabriele Silvestri e l’organizzatore Sandro Cinosi, mentre il pubblico segue lo spettacolo in audiocuffia (ph. autore)

Da Euripide a Sartre a Gaza

La drammaturgia, firmata da Pina Catanzariti, si fonda sulla versione delle “Troiane” riscritta da Jean-Paul Sartre nel 1964, ultima opera teatrale del filosofo, composta a Roma e segnata dall’ombra della guerra d’Algeria.

 

Una scelta non neutra. Sartre aveva già spostato l’asse del testo euripideo verso una denuncia esplicita del colonialismo e della violenza dei vincitori. In questa messinscena, il riferimento si aggiorna ulteriormente e il focus si concentra sulla guerra a Gaza, evocata senza didascalismi, ma attraverso segni riconoscibili, a partire dai costumi, che rimandano all’abbigliamento delle donne palestinesi.

 

Le donne dopo la guerra

In scena Diletta Maria D’Ascanio, Luana Mita ed Eleonora Zavaglia, affiancate da Claudia Frisone e Raffaele Gangale, danno corpo a una tragedia che è tutta al femminile, nel senso più radicale del termine, non come rivendicazione, ma come constatazione storica. “Le Troiane” racconta la guerra dopo la guerra, quando le armi tacciono e resta il lavoro sporco della distruzione delle vite. Le donne di Troia non sono eroine, ma prigioniere, bottino, merce.

 

I personaggi

Ecuba (Claudia Frisone) è il centro morale del racconto, regina spodestata, madre privata dei figli, figura che tiene insieme dolore e lucidità. La sua battuta, “Gli uomini non hanno smesso di uccidersi né le città di bruciare”, risuona come una constatazione amara, non come uno slogan. Cassandra (Diletta Maria D’Ascanio), profetessa condannata a dire il vero senza essere creduta, caratterizza la scena con una lucidità visionaria, che spezza ogni illusione di senso.

 

Andromaca (Luana Mita) incarna la maternità annientata. Elena (Eleonora Zavaglia) resta il personaggio più ambiguo e controverso. E’, al tempo stesso, oggetto del desiderio e soggetto di una violenza strutturale, costretta prima a un matrimonio imposto a Menelao (Raffaele Gangale), poi a seguirne un altro contro la propria volontà. Ma per Ecuba non c’è ambiguità possibile, è la “peste rossa”, l’elemento scatenante della guerra.

 

Elena si difende evocando il giudizio di Paride e l’intervento di Afrodite, ma la regina ne rivendica la responsabilità umana. Non una vittima del fato, o degli dèi, ma una donna fuggita con Paride per attrazione verso il lusso e la bellezza.

 

L’affresco del Giudizio di Paride nel Salone dei matrimoni di Palazzo Conti, richiamo alla guerra di Troia, come in Euripide, e allo scontro fra Oriente e Occidente (ph. autore)

Una coincidenza significativa rafforza questo nodo drammaturgico. A Palazzo Conti, nel cosiddetto Salone dei matrimoni, al primo piano, un affresco dedicato al “Giudizio di Paride” rimanda all’antefatto della guerra di Troia. Nel Cinquecento, gli studiosi attribuivano a quell’episodio un significato in più. I Troiani erano considerati discendenti di Teucro, mitico fondatore della città, e quindi antenati dei Turchi, destinati a essere sconfitti secondo le profezie della Sibilla Eritrea, interpretate alla luce della battaglia di Lepanto.

 

In questo contesto, il riferimento non riguarda solo la guerra di Troia evocata da Euripide, ma uno scontro metaforico tra due civiltà: quella occidentale, rappresentata dagli europei, e quella orientale, identificata nei Troiani, cioè nei Turchi (cfr. Massimo Moretti, Dipartimento di Storia dell’Arte, Università La Sapienza).

 

Gli elementi visivi

Un segno scenico efficace, mai puramente illustrativo, è quello delle scarpe rosse, che rimandano tanto alla violenza sulle donne quanto al sangue che impregna la storia. Accanto a esse compaiono due scarpine da neonato, richiamo silenzioso all’uccisione di Astianatte, figlio di Andromaca, uno dei momenti più crudeli della tragedia euripidea. Un dettaglio minimo, ma decisivo, che sposta lo sguardo sull’infanzia annientata e ricorda come, in ogni guerra, le vittime principali siano i bambini.

 

Alla fine, come nel testo antico, Elena seduce ancora Menelao. La guerra cambia volto, ma i meccanismi del potere e del desiderio restano intatti.

 

Senza catarsi

La regia di Marcello Cava mantiene un profilo rigoroso, evitando ogni compiacimento stilistico. La musica dal vivo di Mira (Francesca Colombo) al violino accompagna e commenta senza sovrapporsi, lavorando per sottili frizioni emotive. Lo staff tecnico comprende Giuseppe Garofalo (aiuto regia), Gabriele Silvestri (fonico) e Sandro Cinosi (organizzazione).

 

Il risultato è una tragedia senza catarsi, fedele allo spirito euripideo. Non c’è redenzione, non c’è equilibrio ristabilito, solo la persistenza della memoria del dolore. A ricordarci che la barbarie non ha epoca.

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