Premio Mattarella e Saggio sull’economia “Teoria del Giusto Livello”

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La “Teoria del Giusto Livello” Gruppo Editoriale WritersEditor, saggio sull’economia solidale di Lucio Schiuma e Maria Teresa Infante La Marca riceve il Premio Speciale “Piersanti Mattarella” alla IX edizione dell’omonimo Premio Letterario giornalistico, presieduto da Orazio Santagati.

La cerimonia di premiazione si è svolta sabato 13 dicembre 2025 a Roma, presso la Sala della Protomoteca, all’insegna del Convegno “Il recupero del senso del dovere”. L’attuale edizione del “Piersanti Mattarella” è stata infatti interamente dedicata alla figura del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

In virtù di tale prestigioso riconoscimento – successivo a quello di Bestseller Amazon in tre Categorie: Economia dello Sviluppo, Economia del Welfar, Economia dello Sviluppo a maggio 2025 – i due Autori hanno inteso esprimersi riguardo ai contenuti del saggio, sottolineando la spinta motivazionale che li ha supportati durante il periodo di studio e la stesura del testo.

Ci siamo accorti, dopo aver scritto tutto questo, che qualcosa ancora mancava. Mancava il silenzio che viene dopo le parole importanti, non una formula, non una dimostrazione, non un capitolo.

Ci siamo fermati lì, davanti a quella idea semplice e vertiginosa che avevamo chiamato “giusto livello”, e abbiamo capito che non era più solo un concetto. Era diventato uno sguardo. Un modo diverso di osservare il mondo, le persone, persino noi stessi.

Perché, quando cominci a chiederti quanto basta davvero a un essere umano per non scomparire, non puoi più guardare la realtà con gli stessi occhi. Ogni volto incrociato per strada diventa una domanda aperta. Ogni statistica, improvvisamente, ha un nome possibile.

Abbiamo pensato a lungo a chi non compare nei grafici. A chi vive sotto la soglia del rumore, prima ancora che sotto quella della povertà. A chi non protesta, non vota, non sciopera, perché è già troppo stanco per farlo.

Ed è stato allora che abbiamo capito che l’economia, così come viene insegnata, parla troppo spesso di tutti senza parlare a nessuno.

Il “giusto livello”, invece, costringe a rallentare. Ti obbliga a smettere di chiederti quanto puoi ottenere e a domandarti quanto puoi togliere senza distruggere. Non è una rinuncia: è una misura.

E ogni misura, se è giusta, è un atto di responsabilità.

Ci hanno insegnato a credere che l’equilibrio sia una conquista fredda, quasi matematica. Ma l’equilibrio vero, quello che regge nel tempo, ha sempre una temperatura umana. Quando scende troppo, qualcosa si spezza.

Abbiamo visto sistemi crescere mentre le persone si restringevano. Numeri salire e vite scendere. E ci è sembrato evidente che non fosse un effetto collaterale, ma un errore di progettazione.

Se una società funziona solo per chi è già dentro, allora non funziona affatto. È solo una stanza ben arredata con la porta chiusa. Il “giusto livello” non promette felicità. Promette possibilità. E questo, oggi, è già rivoluzionario.

Significa dire che nessun progresso è legittimo se richiede l’invisibilità di qualcuno. Che nessuna crescita è sana se ha bisogno di sacrifici umani permanenti. Che nessuna teoria è completa se non contempla chi non ha voce per contestarla.

Non sappiamo se questa idea verrà accolta, applicata, fraintesa o ignorata. Sappiamo però che, una volta formulata, non potevamo più fingere di non vederla.

Scrivere, a quel punto, non è stato un atto accademico. È stato un gesto di responsabilità civile. Un modo per dire: ci siamo accorti di voi. Il mondo continuerà a produrre scarti se continuerà a misurarsi solo in termini di massimo rendimento.

Se invece avrà il coraggio di chiedersi quale sia il livello giusto per tutti, forse non risolverà ogni problema — ma eviterà le catastrofi peggiori. E questo, in un tempo fragile come il nostro, non è poco. È già un inizio.

Capitolo conclusivo

Quando abbiamo chiuso l’ultima pagina, non abbiamo provato sollievo. Abbiamo provato una forma di veglia.

Come se le parole scritte non fossero la fine di qualcosa, ma l’inizio di una responsabilità che non potevamo più delegare. Perché ogni idea, una volta pronunciata, chiede di essere abitata. E questa, più di altre, non tollera distanza.

Ci siamo chiesti cosa resta, quando un libro termina. Resta ciò che cambia il modo in cui guardi il mattino dopo. Resta una soglia invisibile: prima e dopo aver capito che la dignità non è una variabile accessoria, ma la condizione minima perché qualsiasi sistema possa ancora dirsi umano.

Abbiamo immaginato il mondo se nessuno fosse costretto a vivere sotto il livello del necessario. Non un mondo perfetto — diffidiamo della perfezione — ma un mondo meno feroce. Un mondo in cui la sopravvivenza non sia il prezzo da pagare per l’ordine economico.

In quel mondo, l’economia smette di essere una gara e torna a essere un linguaggio. Un linguaggio condiviso, comprensibile, responsabile. Non serve che tutti vincano. Serve che nessuno venga espulso dal gioco. Abbiamo imparato che la povertà non fa rumore. Non esplode: si deposita. Si accumula negli sguardi abbassati, nelle rinunce silenziose, nelle vite che non fanno notizia. E quando finalmente diventa visibile, è già troppo tardi per chiamarla emergenza: è struttura.

Per questo il giusto livello non è una concessione. È una linea di difesa della civiltà. Chi pensa che garantire il minimo indebolisca il sistema, non ha compreso che è proprio l’assenza di quel minimo a renderlo instabile. Le società non collassano per eccesso di umanità, ma per carenza prolungata.

Abbiamo visto equilibri reggere solo finché qualcuno restava schiacciato sotto. Abbiamo visto prosperità costruite come edifici senza fondamenta morali.

E ogni volta, la caduta è arrivata puntuale, travestita da crisi. Scrivere questo libro è stato, in fondo, un atto di fiducia. Non nei mercati, non nei governi, non nei modelli. Ma nella capacità umana di riconoscere un limite giusto e di rispettarlo.

Perché il “giusto livello” non chiede eroismi. Chiede lucidità. Chiede di smettere di chiamare inevitabile ciò che è solo conveniente per pochi.

Se qualcuno, leggendo queste pagine, comincerà a porsi una domanda diversa — non quanto posso ottenere, ma quanto è giusto che manchi a qualcuno — allora il libro avrà già compiuto il suo lavoro.

Non abbiamo scritto per convincere tutti. Abbiamo scritto per non tacere. E se il mondo sceglierà di ascoltare o meno, non dipende più da noi. Ma da qui in avanti, nessuno potrà dire di non sapere.”

Riflessione etica finale

Se a ogni essere umano

fosse garantito

almeno ciò che serve

per restare in piedi,

il mondo non sarebbe giusto,

ma sarebbe vivibile.

Non ci sarebbe abbondanza,

ma non ci sarebbe scarto.

Non felicità per tutti,

ma dignità senza eccezioni.

Il giusto livello

è il punto da cui

la vita può cominciare

senza vergogna.

Finché qualcuno resta sotto,

l’equilibrio è una menzogna elegante.

Finché tutti restano dentro,

anche il futuro

ha una possibilità.

Silenzio.

Sipario lento.

 

Lucio Schiuma, Maria Teresa Infante La Marca

16 dicembre 2025

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