Spread a 66 punti, risparmi per lo Stato di oltre 17 miliardi di euro in 5 anni

Economia & Finanza

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La stabilità del governo meloni e le sue politiche economiche prudenti, dopo gli sprechi dei governi giallo verdi e giallorossi precedenti, hanno contribuito a riportare i conti pubblici sotto controllo, con sette promozioni in due anni da parte delle agenzie di rating ed uno spread che dai 220 punti è sceso a 66 punti base, il punto piu basso dal 2008.

Ma cosa significa un livello cosi basso dello spread, di cui stranamente quasi nessuno parla, mentre negli anni passati si sprecavano i titoli in prima pagina sul livello di spread che saliva, per i conti pubblici, non solo in termini di risparmio sui tassi che devono essere pagati sui titoli collocati?

Nel 2025 il costo medio per le nuove emissioni di debito pubblico ha continuato la propria discesa e dopo un picco dei rendimenti al 3,8% toccato nel 2023, tra politiche monetarie restrittive e la necessità di combattere l’epidemia, oggi si veleggia attorno al 2,8%. Le cifre sono state messe in fila dall’Ufficio parlamentare di bilancio, l’organismo indipendente che valuta l’aderenza delle politiche economiche italiane alle regole di bilancio Ue. Dall’analisi emerge anche la capacità del Paese di attirare gli investitori privati ​​per compensare il mancato rinnovo dei titoli di stato detenuti dalla Banca centrale europea e da Bankitalia iniziati dal 2023. Un dato messo in evidenza sia dal successo di prodotti dedicati al retail come i vari Btp Valore e Più (arrivati ​​a raccogliere oltre 90 miliardi) sia dalla domanda nelle aste rivolte a banche e fondi.

Ma uno spread stabilmente sotto i 70 punti base ha implicazioni dirette e misurabili anche ovviamente sulla finanza pubblica: secondo le stime del Centro Studi di Unioncamere, il mantenimento di questi livelli potrebbe tradursi in risparmi cumulati sulla spesa per interessi compresi tra 15 e 17 miliardi di euro entro il 2027. Ne aveva anche fatto cenno la premier nel suo discorso di chiusura della festa del partito ad Atreju domenica scorsa “Gli italiani investono in titoli di stato italiani perche’ si fidano. Le agenzie di rating rivedono al rialzo perche’ si fidano. Lo spread che scende vuol dire tassi di interesse che scendono e miliardi di euro che possiamo investire nei bisogni degli italiani”.

Il meccanismo è noto: tra il 2022 e il 2023, il Tesoro ha collocato titoli a tassi elevati, spesso tra il 4,5% e il 5%, in risposta all’inflazione e alla stretta monetaria della Bce. Con la scadenza di quei titoli, il rifinanziamento avviene oggi a condizioni più favorevoli. Non si torna ai livelli pre-pandemia, ma il costo medio del debito smette di crescere e inizia lentamente a raffreddarsi.

Ogni asta contribuisce meno alla pressione futura sui conti pubblici, migliorando la sostenibilità del debito senza manovre correttive immediate. Il miglioramento dello spread non elimina però la complessità della gestione del debito. Nel 2025, il fabbisogno di cassa dello Stato è stimato a 127 miliardi, pari al 5,6% del Pil. Le emissioni nette di titoli di Stato potrebbero salire a 103 miliardi, includendo i prestiti europei legati alle ultime tranche del Pnrr e una riduzione delle giacenze di liquidità del Tesoro.

Si tratta di volumi elevati, che richiedono una domanda solida e continua. La differenza rispetto al passato recente è che queste emissioni avvengono in un contesto di minore tensione finanziaria, con uno spread contenuto e una platea di investitori più ampia e diversificata.

Ma il guadagno come spiegano gli esperti sarebbe anche per i risparmiatori che investono in titoli di Stato italiani, sempre più appetibili sul mercato. Paolo Barbieri specialista del reddito fisso di Valori Asset Managment, spiegava qualche giorno fa in una intervista al Corriere della sera: “Per quanto riguarda i Btp a dieci anni ci aspettiamo un ulteriore restringimento dello spread che potrebbe portare il rendimento sul decennale al 3,30% nei prossimi mesi e a un livello del 3,20% nel 2026”. Il guadagno in conto capitale su questi titoli resterebbe modesto, attorno all’1-2%, mentre le emissioni tra i 20 e i 30 anni potrebbero offrire rendimenti più interessanti. “Per quanto riguarda il titolo a 30 anni, per esempio, ci aspettiamo che il rendimento scenda dall’attuale 4,30% circa al 4%. In questo scenario il rendimento annualizzato del titolo, comprensivo di cedola e guadagno in conto capitale, potrebbe raggiungere l’8-9%, considerando un 4% di cedola e un 4-5% di guadagno in conto capitale”. Insomma uno spread basso è un ottima notizia per tutti e le cassandre di sventura che tre anni fa preconizzavano disastri sui conti pubblici con il governo delle destre, sono stati clamorosamente smentiti dai fatti

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