Martina Nasini: “Quando morì mia madre, ero in palcoscenico”

Interviste & Opinioni

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Dalla fotografia alle collaborazioni con Citto Maselli e artisti di rilievo, all’organizzazione di concerti e laboratori educativi con il Teatro Vittoria Colonna e La Terzina

Martina Nasini ha costruito il proprio percorso professionale attraversando diversi ambiti della comunicazione culturale. Formatasi al liceo in fotografia serigrafica, ha avviato la carriera come fotografo di scena, collaborando con compagnie teatrali e lavorando soprattutto per il cinema e la televisione. Tra le sue esperienze più significative quella con il regista Citto Maselli, ultimo incarico in questo ambito prima di orientarsi verso altre attività professionali.

 

Il suo lavoro fotografico è stato pubblicato su riviste nazionali e ha trovato spazio nel volume “La realtà dentro uno sguardo”, per il quale ha curato la sezione fotografica con immagini che traducono in istantanee storie, sentimenti e memorie.

 

Da alcuni anni ricopre il ruolo di addetto stampa del Teatro Vittoria Colonna e di Vicepresidente dell’Associazione “La Terzina”, attiva sul territorio dei Castelli Romani. L’associazione cura la programmazione di eventi musicali, che spaziano dal repertorio antico a quello contemporaneo, con particolare attenzione all’esecuzione acustica. A La Terzina fanno riferimento le formazioni La Compagnia dei Musici, La Terzina e I Flachibo. Attraverso questa realtà, Nasini coordina attività di promozione culturale e laboratori didattici rivolti alle scuole.

 

Il suo interesse per gli eventi musicali affonda le radici nel contesto familiare (il nonno era musicista) e in una formazione personale al pianoforte durata diversi anni. Il primo passo avviene con uno spettacolo realizzato insieme a Mario Alberti, compositore e flautista di rilievo nazionale, oggi presidente dell’associazione La Terzina.

 

La chiacchierata con Martina Nasini offre l’opportunità di esplorare una storia di vita e di lavoro che comprende esperienza artistica, comunicazione culturale e progettazione educativa. Fornisce al pubblico una visione completa del ruolo di chi lavora dietro le quinte per costruire e diffondere eventi artistici.

 

Qualche tempo fa hai dichiarato “Quando morì mia madre, ero sul palcoscenico”. Come hai vissuto la coesistenza tra la dimensione privata e quella pubblica della scena?

Il 1° agosto, in occasione di #NEPIESTATE2024, durante il viaggio per il concerto “I Grandi Compositori nelle quattro mura domestiche”, venni a sapere della morte di mia madre. Ero il direttore organizzativo. Ho asciugato le lacrime e, come disse Freddie Mercury, “The show must go on”.

Il mondo dell’arte è affascinante. Ogni concerto, ogni evento è una meravigliosa avventura, ma non perdona. Chi non è del mestiere non può comprendere fino in fondo. Per una sorta di crudele ironia del destino ho perso entrambi i miei genitori in momenti della vita in cui non ti puoi tirare indietro. Hai il cuore spezzato e, per chi è testimone della notizia, gli sguardi diventano perplessi. Ti senti dire: “Ma come sei qui?”, “Martina, se non te la senti…”, “Martina, ma come fai?”.

Il comandante non può abbandonare la nave, perché affonderebbe. Allora ti fai forza, con il pianto in gola e una responsabilità enorme, soprattutto quando sono coinvolti enti e istituzioni. Si piange a casa. Essere direttore organizzativo è un mestiere che non permette debolezze, perché il mio primo compito è risolvere i problemi, non crearli.

 

In che modo quell’esperienza ha influito sul tuo modo di lavorare nella gestione di eventi culturali?

Come ho sempre detto, e ci tengo a ribadirlo, distinguo il lavoro dalla mia vita privata, compreso il dolore. Come diceva Friedrich Nietzsche: “Ciò che non mi uccide mi rende più forte”. Non assistere alla morte dei miei genitori mi ha lasciato un grande vuoto, a loro devo molto. Mi hanno insegnato il senso del dovere e sono certa che non essere venuta meno ai miei impegni li abbia resi orgogliosi di me.

 

Il Teatro Vittoria Colonna di Marino, spazio di musica e cultura per il territorio (ph. M.N.)

Sei l’addetta stampa del Teatro Vittoria Colonna di Marino e ti occupi anche di comunicazione. Se c’è stato, in che termini è cambiato il tuo modo di osservare uno spettacolo passando dall’obiettivo fotografico al lavoro di promozione e diffusione?

Il dovere di un fotografo è quello di carpire l’anima. Dal fotografo di strada al fotografo di scena, significa osservare e non semplicemente guardare. Aver lavorato per molti anni nel mondo della fotografia mi permette oggi di osservare gli spettacoli da un altro punto di vista. Conosco bene le dinamiche del palcoscenico, ho immortalato persone di ogni tipo e, quando mi trovo a realizzare un’intervista a fine spettacolo, dopo aver osservato e studiato il personaggio, ho già un’idea del mio interlocutore.

La mia vita è sempre stata, diciamo, molto varia, ma ho sempre coltivato l’umiltà, indispensabile perché non si finisce mai di imparare. Ricordo spesso le parole del mio maestro, il grande Sinopoli: “Martina, il giorno che ti senti di essere arrivata vuol dire che hai fallito”.

Come addetto stampa c’è una persona a cui tengo molto e che oggi svolge questo ruolo per l’Associazione culturale La Terzina, di cui sono direttore organizzativo, Anna Maria Gavotti. Una grande professionista, il mio braccio destro. A lei devo molto, è stata il mio magister, mi ha incoraggiata ed è sempre presente nella mia vita.

Un comunicato ha bisogno non solo di essere scritto, ma anche di essere diffuso e indicizzato. Lavorare con gli enti e confrontarmi con i giornalisti mi ha permesso di comprendere molte dinamiche, di conoscere testate locali e internazionali e di far viaggiare le notizie sui territori, abbattendo i confini. In questo senso, oggi i social network svolgono un ruolo fondamentale.

Sono grata al direttore artistico del Teatro Vittoria Colonna di Marino, Giorgio Granito, per la fiducia e per avermi resa partecipe di questa bellissima avventura.

 

“La Terzina” cura la programmazione musicale che va dal repertorio antico a quello contemporaneo, privilegiando l’esecuzione acustica. Quali criteri guidano la selezione dei concerti e come si costruisce un pubblico per proposte, che non sempre hanno visibilità immediata?

Oggi è fondamentale trovare una chiave originale. Tutti abbiamo suonato Vivaldi, ma tutto dipende da come si interpreta Vivaldi. Dietro ogni concerto c’è sempre un grande lavoro di ricerca e di studio, a partire dal titolo e dal manifesto, fondamentali per la promozione. Riteniamo che la cultura sia un diritto essenziale e debba essere fruibile da tutti. E’ questo che rende vincenti i nostri spettacoli, perché i veri protagonisti sono loro, il pubblico. Gli artisti possono essere eccellenti e straordinari, ma un artista senza ascolto è come un generale senza esercito.

Chi ci segue e ci sostiene, si sente accolto e rispettato, ma questo rapporto si costruisce nel tempo. Per noi gli spettatori non sono un numero, ma persone con nome e cognome. Un ruolo fondamentale lo svolgono anche i giornalisti, che da sempre ci supportano e ci accompagnano. A loro va la nostra più sincera riconoscenza.

 

I laboratori nelle scuole rappresentano una parte importante dell’attività dell’associazione. Qual è l’approccio che utilizzate per avvicinare i ragazzi alla musica dal vivo?

La musica, come tutte le arti, è meravigliosa, appaga l’anima, ma è anche crudele, perché richiede sacrificio e dedizione. Il problema non è prendere un allievo, ma far nascere in lui la passione, l’entusiasmo di fronte alle difficoltà. Mario Alberti è un docente e un artista molto carismatico, si impara giocando, l’aspetto umano è fondamentale. I nostri allievi ci amano, ci seguono perché la musica è gioia.

 

“Francesco che sarà Santo”, opera di Mario Alberti e Carmine Roberto Scura, eseguita dal Filarmonico Ugolini di Marino per l’VIII centenario (ph. M.N.)

Che tipo di risposte avete raccolto in questi anni di lavoro sul territorio?

Mi piace parlare di territori. Siamo molto amati e abbiamo sempre lavorato sulla qualità delle cose e non sulla quantità. Personalmente sono sempre stata molto attenta a valorizzare, sotto tutti i punti di vista, i luoghi che ci hanno ospitato, perché prima di prendere bisogna saper dare. E perché la cultura non ha confini.

 

Nel tuo percorso, hai collaborato con figure di rilievo come Citto Maselli e lavori stabilmente con Mario Alberti. Quali aspetti del tuo rapporto diretto con artisti e professionisti ritieni più rilevanti per il tuo lavoro?

Gli artisti sono uomini con pregi e difetti. Tra tutti, ricordo con molto affetto Arnoldo Foà, un grande attore e regista, ma soprattutto un grande essere umano. Lo incontrai sul set cinematografico di “Ombre Rosse” di Citto Maselli. Ero terrorizzata ed emozionata allo stesso tempo, mi tremavano le mani e tenevo una macchina fotografica molto pesante.

Mi avvicinai timorosa e con discrezione. Immortalare una persona significa anche invadere il suo spazio, e può suscitare fastidio, perché non tutti amano farsi fotografare. Così gli chiesi, quasi sussurrando: “Maestro, mi perdoni, devo fare alcuni scatti, per le foto di scena, naturalmente con il suo consenso e visione”. Lui mi guardò perplesso e rispose: “Se incominci così ti mando subito a f… Dimmi cosa devo fare e io lo faccio”. Io rimasi basita, ci guardammo e cominciammo a ridere tutti e due. Com’è finita? Scatti fotografici indimenticabili. Oggi conservo quelle fotografie come uno dei miei gioielli più preziosi, non lo dimenticherò mai.

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