Bari, il buio oltre il fondo: una squadra senza uscita

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© foto di SSC Bari

Un Bari ancora in affanno, che non riesce a convincere né nel gioco né nell’atteggiamento, affronta una serata carica di tensione e paure. La classifica resta minacciosa, con i biancorossi stabilmente in zona rossa e con il timore concreto di essere risucchiati ancora più in basso, complice una rosa povera di qualità e fin qui al di sotto delle aspettative. Nonostante ciò, quasi per miracolo, alla vigilia di questa sfida il Bari sarebbe ancora salvo se il campionato finisse oggi. Di fronte però c’è un Catanzaro in pieno slancio: tre vittorie consecutive, una squadra organizzata e ben attrezzata per puntare almeno ai playoff, che arriva al San Nicola con l’obiettivo dichiarato di allungare la propria striscia positiva.

Fuori Dorval per impegni internazionali, out Antonucci e Castorvilli, Vivarini si affida al 3-4-2-1, forse anche a quale santo e all’incoscienza fantasiosa di Rao, con Cerofolini in porta, Kassama, Pucino e Nikolaou in difesa, Dikmann, Braunoder, Verreth, Burgio sulla linea centrale, Maggiore e Rao dietro Gytkyaer.

In ogni cronaca scriviamo sempre che abbiamo visto la peggiore partita fino adesso ed invece al peggio non v’è mai fine per il Bari. Un primo tempo che è quasi un manifesto del momento del Bari. La squadra entra in campo senza mordente, senza coraggio, senza quella fame che dovrebbe essere naturale quando si annaspa nei bassifondi della classifica. Il Catanzaro, al contrario, gioca con lucidità e sicurezza, occupa gli spazi, aggredisce, costruisce. Il messaggio è chiaro sin dai primi minuti: c’è una squadra che sa cosa fare e una che sembra non sapere nemmeno da dove cominciare.

I segnali del disastro sono evidenti: Cassandro pennella un cross per Iemmello che di testa stampa il pallone sulla parte alta della traversa, un avvertimento che il Bari ignora. Poco dopo, persino le dinamiche assurde si accaniscono contro i biancorossi: Pittarello strappa palla non a un difensore, ma al suo pari ruolo Gytkjær, percorre venti metri indisturbato e conclude, trovando solo la deviazione in angolo. Situazioni che sembrano appartenere a un teatro dell’assurdo più che a una partita di Serie B, ma che col Bari ormai non sorprendono più.

Il Catanzaro detta i tempi, fa la partita, affonda con continuità mentre il Bari rinuncia di fatto a giocare, rintanato nella propria metà campo, incapace di costruire non solo un tiro, ma perfino un’idea offensiva. Alla mezz’ora il dato è impietoso: nessun tiro, nessuna incursione in area, solo una faticosa e deprimente testimonianza dei limiti tecnici e caratteriali di questa squadra.

E come un destino che non perdona, puntuale come una verità filosofica che prima o poi si manifesta, ecco il gol: Iemmello fa da rifinitore, Pontisso accompagna il destino con un piatto secco e preciso, e il vantaggio è non solo meritato, ma quasi scritto. Da lì in poi il Catanzaro annusa il sangue e alza ancora il ritmo, mentre il Bari continua ad affondare nella propria inconsistenza. Anche un cross di Favasuli, più casuale che cercato, sfiora il palo e diventa un’altra occasione, altro segnale di dominio.

Il primo tempo si chiude così: Catanzaro dominante, forte di personalità, organizzazione e convinzione; Bari disastro totale, molto peggio del semplice gol subito. Nessuna leadership, nessuna mentalità, nessuna reazione. Solo paura, passività e un possesso palla che racconta tutto: 72% per i calabresi, il resto è silenzio. Siamo oltre l’imbarazzo e in pieno psicodramma.

Il secondo tempo si apre con i cambi, come se bastasse cambiare qualche pedina per riscrivere il destino. Fuori Gytkjaer e Burgio, dentro Moncini e Mané, rientrato dal Team Altamura che dovrebbe essere un’alternativa. Ma il copione, in realtà, è già scritto da tempo, e il Catanzaro lo recita alla perfezione. Nemmeno il tempo di sistemarsi in campo che Antonini piomba tra i centrali biancorossi – Mané compreso, appena entrato – e di testa firma il raddoppio. Il Bari resta piantato a terra, quasi fosse un esercito sconfitto prima ancora di combattere, incapace perfino di compiere il gesto più elementare: saltare. È la riproduzione moderna di un concetto antico, quasi hegeliano: la realtà prevale, lo spirito debole soccombe.

Serve attendere l’ora di gioco per vedere il primo lampo, se così si può chiamare: Rao calcia più per liberarsi di un peso che per credere nella possibilità di cambiare la storia. Il tiro vola alto, come le illusioni che questo pubblico ormai non riesce più a trattenere. Vivarini prova allora a scuotere qualcosa affidandosi a Bellomo, ma anche lì il destino sembra ostinato: il numero dieci ci prova dalla distanza, Pigliacelli para con serenità, quasi simbolo della differenza di sicurezza tra le due squadre. Il Bari si affaccia sì in area, ma è un affaccio timido, sterile, più gesto formale che reale tentativo di ribellione.

Si tenta persino l’ultimo atto di disperazione con Cerri, ma è un gesto che somiglia più alla famosa “Speranza” pascaliana: un salto nel vuoto, perché la ragione già sa com’è destinata a finire. Il Catanzaro controlla, domina mentalmente e tatticamente, mentre il Bari annaspa nel proprio smarrimento esistenziale.

Al 92’ arriva persino il rigore, un dono tardivo, quasi ironico, stonato, per un intervento scomposto su Maggiore. Bellomo segna tra i fischi, una rete che non accende nulla, non consola, non riscatta. È solo una parentesi in una partita che aveva già detto tutto molto prima del triplice fischio. Finisce così, in un misto di frustrazione e impotenza, con tifosi e giocatori uniti nella stessa consapevolezza amara: ciò che hanno visto non è solo una sconfitta, ma la rappresentazione teatrale dei limiti profondi di questo Bari, un dramma che continua a ripetersi come una lezione che la squadra sembra incapace di imparare.

Questa partita lascia addosso la sensazione di qualcosa che va oltre una semplice sconfitta sportiva: è la rappresentazione plastica di un Bari che affonda sempre più, come se fosse imprigionato in una condanna dantesca, costretto a rivivere gli stessi errori, le stesse paure, la stessa inconsistenza. Oggi si è visto il confronto tra una discreta squadra di Serie B e una formazione che, per qualità, atteggiamento e struttura, somiglia tristemente a una di bassa Serie C. Se non riesci a vincere contro Spezia, Sampdoria, Pescara, è quasi ingenuo immaginare di poter superare un Catanzaro solido, organizzato, consapevole. La verità è che questo Bari andrebbe rifondato dalle fondamenta, ma è risaputo: a gennaio non si compra felicità, e men che meno identità.

Il San Nicola è ormai terra di conquista, e questa è forse la ferita più dolorosa: si perde dignità oltre che punti, si calpesta un simbolo, si svuota una maglia che dovrebbe pesare, emozionare, guidare. Non è solo una questione tecnica: è quasi ontologica. Il Bari, oggi, sembra non appartenere alla Serie B, non tanto perché sia inferiore in talento – che pure scarseggia – ma perché gli manca quella consapevolezza di sé che definisce l’essere squadra. Si potrebbe citare Pirandello: qui non abbiamo undici uomini in cerca d’autore, ma undici giocatori in cerca di identità.

Paradossalmente Bellomo è stato il meno peggio, nonostante la frattura con il pubblico, e questo dice molto. Si spera in Magalini, si guarda a gennaio come a una possibile ancora di salvezza, ma la ragione suggerisce prudenza: servirebbe un mercato “da dieci”, quasi utopico con questa proprietà. La realtà parla invece di un gruppo da rifare quasi interamente, con pochissimi punti fermi e tante, troppe ombre.

Intanto l’entusiasmo si spegne, gli spalti si svuotano, l’amore si trasforma in stanchezza. Paradossalmente c’era più fiducia e più gioia in Serie D, quando almeno c’erano spirito, qualità e identità. Oggi si vede una squadra che arretra, si chiude tutta dietro la linea della palla, gioca con la paura di chi non crede più in se stesso. È una via crucis senza luce in fondo al tunnel, una stagione che assomiglia più a un romanzo tragico che a un campionato di calcio. Per salvarsi servirà un miracolo, e il problema è che, al momento, non si riesce nemmeno a intravedere il santo a cui votarsi.

Massimo Longo

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