“La vicina di Zeffirelli”: la presentazione si fa spettacolo

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Al Teatro Manzoni di Roma, nove donne per riflettere sul potere e sulla condizione femminile nell’industria culturale

Esistono libri che nascono già con una vocazione scenica, e “La vicina di Zeffirelli” di Gaia Zucchi sembra essere uno di questi. Lo conferma la scelta, tutt’altro che scontata, di presentarlo non nel consueto format autore–moderatore, ma con “Le vicine di Zeffirelli”, un happening teatrale che ha coinvolto nove interpreti femminili al Teatro Manzoni di Roma. L’evento è stato curato da Gaia Zucchi e Walter Garibaldi, con Andrea di Bella, musiche di Ezio Natale, grafica di Alessandro Basso, organizzazione di Antonio De Feo in collaborazione con Niky Marcelli.

 

I numeri parlano chiaro: quattro ristampe, più di diecimila copie vendute, un centinaio di presentazioni in tutta Italia. Dati che collocano l’opera della Zucchi in quella zona di confine tra successo editoriale e fenomeno culturale.

 

La scelta della forma

Affidare il libro a un collettivo di attrici rappresenta già un primo gesto critico. Anna Testa, nel presentare “Le vicine…”, plurale non casuale, sottrae l’opera all’autorialità singola per consegnarla a una coralità interpretativa. Ogni artista, attingendo alla propria formazione e al proprio registro espressivo, restituisce frammenti del testo con una logica più drammaturgica che letteraria.

 

Benedicta Boccoli lavora sulla memoria quotidiana, quella che non cerca rivelazioni, ma registra scarti minimi. Il riferimento al “provino sottilmente violento con Tinto Brass” restituisce esperienze che il mondo del cinema ha rimosso o minimizzato. “Quel lavoro – sottolinea l’autrice – mi ha dato visibilità, ma ha anche provocato critiche e fraintendimenti”.

 

Fanny Cadeo esplora lo sguardo esterno e la costruzione dell’immagine pubblica. La sua presenza rende il testo una riflessione implicita sul confine tra identità privata e rappresentazione.

 

Daniela Fazzolari attraversa le parti più introverse e tese. Il suo registro drammatico restituisce al racconto una densità emotiva controllata come nel caso della “tentata violenza da parte di un produttore”.

 

Ezio Natale, musicista dello spettacolo, con la scrittrice Gaia Zucchi e la regista Anna Testa (ph. Luigi Luongo)

La violenza sottile e quella esplicita

Sono dinamiche che il movimento Me Too ha reso visibili, ma che nel contesto italiano faticano ancora a trovare una piena articolazione critica. Il libro di Zucchi si inserisce all’interno di un processo di elaborazione collettiva. Affidare il testo a nove donne crea uno spazio in cui queste storie vengono ascoltate senza essere messe in discussione o relativizzate.

 

 

Le tensioni interne

Alexandra Celi si concentra sui passaggi che mettono in luce le contraddizioni del libro. Il rapporto con Dio e la fede dichiarata dell’autrice aggiungono un livello di complessità ulteriore. In un contesto culturale sempre più secolarizzato, la dimensione religiosa può apparire marginale, ma nel tessuto del memoir, come emerge dall’happening, diventa uno dei poli attorno a cui si organizza la narrazione.

 

Federica Cifola agisce invece su un’ironia laterale, sottile. La sua lettura in controtempo sposta l’attenzione sui dettagli e mette in luce il significato nascosto del testo.

 

Giulia Di Quilio, nota anche come Vesper Julie, è categorica: “Sono una donna consapevole del proprio corpo e del proprio erotismo. Sono regista di me stessa, non mi faccio dirigere da nessuno”. La sua performance di burlesque, che ribalta ironicamente lo sguardo maschile, diventa metafora di un’emancipazione possibile: non la negazione del corpo o della sua dimensione erotica, ma la riappropriazione del controllo su di essi. In scena emerge così l’impossibilità di autodeterminarsi in un contesto in cui la regia, sia concreta sia esercitata attraverso aspettative e pressioni, resta spesso nelle mani di altri.

 

Antonella Ponziani sostiene i passaggi più strutturali dell’opera, restituendo alle parole autorevolezza. La sua femminilità, lontana dalla seduzione facile, ha ancorato la narrazione a questioni sociali e di potere, sottraendola alla tentazione confessionale.

 

Ciascuna artista, in definitiva, non ha incarnato un personaggio, ma una funzione specifica del testo: memoria, immagine, conflitto, discontinuità, ironia, narrazione critica, responsabilità.

 

Non più “la vicina di Zeffirelli”, ma “le vicine”, una pluralizzazione che sposta il focus dall’aneddotica individuale a una riflessione più ampia sulla condizione femminile nell’ecosistema creativo.

 

L’equivoco come cifra stilistica

La dichiarazione iniziale di Gaia Zucchi (“Ho preso un taxi, non credo più nei treni”) suggerisce la sfiducia nei percorsi collettivi e nei sistemi che promettono direzioni senza garantire riconoscimento.

 

Essere “vicina” a Zeffirelli significa trovarsi in prossimità di un potere che non ti riconosce, di un sistema che ti osserva senza vederti, che ti include solo marginalmente.

 

La dedica alla madre chiude il cerchio simbolico del racconto. Se il libro racconta la difficoltà di abitare il mondo dello spettacolo come donna, la figura materna resta il punto di origine e il destinatario principale di questa testimonianza. È il suo sguardo a contare davvero, più di quello di produttori o registi.

 

Gaia Zucchi al firmacopie del libro, racconto autobiografico e riflessione critica sulle dinamiche di potere e sulla condizione femminile nell’industria culturale (ph. Luigi Luongo)

Dal libro al film

Anna Testa ha annunciato che il libro diventerà un film, “Hotel Zeffirelli”, grazie alla vittoria di un bando del Ministero della cultura. L’adattamento cinematografico riconosce così il potenziale narrativo dell’opera. Si spera che la sceneggiatura ne restituisca la complessità, evitando che la logica di mercato ne addomestichi gli aspetti più scomodi.

 

Il teatro come spazio critico

L’happening al Teatro Manzoni, insomma, si configura come un esperimento di critica letteraria performativa. È un approccio per superare la staticità delle forme tradizionali di mediazione culturale.

 

“La vicina di Zeffirelli” esce da questa operazione con un’identità rafforzata: non solo memoir di un’attrice, ma materiale per riflettere sulle dinamiche di potere nel sistema culturale italiano, sulla violenza sistemica che attraversa certi ambienti professionali, sulla possibilità di costruire narrazioni alternative.

 

Nove donne sul palco, ciascuna con la propria storia e la propria arte, hanno restituito a “La vicina di Zeffirelli”, e alla Zucchi, quella dignità che il sistema dello spettacolo aveva a lungo negato.

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