Cinquecentomila euro è la somma che il Tribunale di Lecce ha stabilito di dover risarcire alla famiglia di un maresciallo della Marina Militare Italiana deceduto per un carcinoma polmonare che lo ha ucciso: oltre 100mila euro alla vedova, somme comprese tra 110mila e 115mila euro a ciascun figlio; a queste cifre si aggiungono la rivalutazione monetaria, gli interessi e la condanna del Ministero al pagamento delle spese legali e della consulenza tecnica, per un importo complessivo che sfiora il mezzo milione di euro.
La Prima Sezione Civile ha accertato che l’esposizione all’amianto durante il servizio in Marina è stata concausa determinante della malattia che ha portato alla morte del militare, deceduto nel 2015 all’età di 65 anni dopo aver prestato servizio, senza protezioni, sulle navi e presso altre strutture della nostra Marina Militare.
La presenza dell’amianto sui luoghi di lavoro non è mai stata smentita e risulta anzi confermata da atti della stessa Amministrazione: una esposizione non occasionale che, secondo i giudici, consente di affermare il nesso causale tra il servizio svolto e l’insorgenza del tumore, in assenza di fattori alternativi autonomamente sufficienti.
Secondo quanto è dato dedurre dalla consulenza medica l’amianto ed il fumo hanno svolto una azione sinergica nello sviluppo del carcinoma polmonare con la precisazione che l’amianto e il fumo di sigaretta sono entrambi cancerogeni certi; la sentenza sottolinea inoltre che il militare aveva già sviluppato una patologia amianto-correlata, le placche pleuriche, rafforzando il legame tra esposizione professionale e malattia.
L’azione parallela del fumo e l’azione dell’amianto hanno indotto il Tribunale a determinare un risarcimento ridotto: pur riconoscendo la responsabilità del Ministero della Difesa, il Tribunale ha applicato una riduzione del 40% del risarcimento per il concorso del fumo di sigaretta.
Al riguardo della sentenza emessa l’Avv. Ezio Bonanni, Presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, ha evidenziato come: “ …la riduzione del risarcimento operata dal Tribunale per il presunto concorso del fumo di sigaretta non può essere condivisa e sarà oggetto di appello.
La giurisprudenza più recente e la letteratura scientifica internazionale sono chiare nel riconoscere che, nei casi di esposizione professionale ad amianto, il fumo non spezza il nesso causale, ma agisce in sinergia moltiplicativa con le fibre asbestine, aumentando in modo esponenziale il rischio oncologico. Ne consegue che attribuire una quota di responsabilità al comportamento personale del lavoratore, senza considerare che il Ministero della Difesa non ha mai informato il militare del rischio sinergico tra amianto e fumo, significa spostare impropriamente l’onere della prevenzione dalla Pubblica Amministrazione alla vittima.
La Cassazione ha più volte affermato che, in presenza di esposizione qualificata ad amianto, la responsabilità datoriale non può essere ridotta automaticamente per la presenza di abitudini tabagiche. In questi casi, il fumo rappresenta una concausa che non attenua la responsabilità del datore di lavoro. Faremo appello perché riteniamo che la riduzione del 40% finisca per penalizzare ingiustamente i familiari di un servitore dello Stato che ha pagato con la vita l’esposizione a un agente altamente cancerogeno. La giustizia non può trasformare una vittima del dovere in corresponsabile del proprio destino.»
A queste cifre si aggiungono rivalutazione monetaria, interessi e la condanna del Ministero al pagamento delle spese legali e della consulenza tecnica, per un importo complessivo che sfiora il mezzo milione di euro.
Una sentenza che pesa sul piano sociale – La decisione del Tribunale di Lecce rappresenta un nuovo tassello nella lunga battaglia per il riconoscimento dei diritti dei militari esposti all’amianto, confermando la responsabilità dello Stato nei confronti di chi ha servito il Paese senza adeguata tutela della salute.
















