Femminicidio: analisi di un’altra vita spezzata

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C’è un buio, a Cava de’ Tirreni, che le luminarie di Natale non riescono a scalfire. È il buio che si è mangiato via Ragone, portandosi via Anna Tagliaferri e lasciandoci in dote l’ennesimo giorno di sangue. Ma mentre la città spegne le luci in segno di lutto, noi abbiamo il dovere di accendere i riflettori su un vizio antico e terribile: quello di cercare una giustificazione medica lì dove esiste solo una scelta criminale.
Per ore, il rullo compressore della cronaca ha macinato i soliti cliché.

Ci hanno raccontato della “coppia modello”, dei “compagni di banco”, di due vite specchiate e stimate. Si scava nel passato di Diego Di Domenico come si cercherebbe un guasto in un motore: una terapia interrotta, un’ombra di depressione, il fantomatico “momento di buio”. È un riflesso pavloviano, rassicurante quanto tossico: se lo chiamiamo “raptus”, se lo etichettiamo come “follia”, allora possiamo convincerci che sia un’anomalia, un fulmine a ciel sereno che non riguarda noi, le nostre case, la nostra cultura.

Dobbiamo dirlo con chiarezza: derubricare la violenza a fragilità psicologica è l’ultimo oltraggio alla memoria di Anna. Significa trasformare l’assassino in una vittima delle circostanze e il carnefice in un malato. Ma otto coltellate non sono il sintomo di una patologia; sono l’esercizio finale di un dominio.

Non c’è nulla di clinico nel massacrare una donna sotto gli occhi della madre settantacinquenne. Il suicidio finale non è un atto di espiazione che bilancia i conti, ma l’ultima firma su un atto di possesso: “Se non puoi essere mia, non sarai di nessuno, nemmeno della vita stessa”.

Per chi è cresciuto tra questi portici, la Pasticceria Tirrena non era solo un esercizio commerciale. Era un presidio di dolcezza. Chi scrive porta con sé il ricordo nitido di suo padre che rientrava a casa con la torta alle fragoline della Pasticceria Tirrena, la preferita, il sigillo di una domenica felice. Sapere che le mani di Anna, mani abituate a creare, a impastare, a nutrire la gioia di una comunità, sono state fermate dal ferro di un coltello, trasforma la cronaca in un dolore fisico, tangibile aggiungendo dolore a perdita.
E la rabbia che ne deriva non può essere sedata dal silenzio o da fiori bianchi.

Il problema di Cava, di ogni altro luogo in cui si consuma un femminicidio, non è un caso clinico isolato, ma un substrato culturale invisibile e pervasivo. È quella cultura che arma la mano dell’uomo ogni volta che gli suggerisce che la compagna sia una proprietà privata, un territorio su cui scaricare i propri fallimenti.

Quando un uomo non regge l’urto della vita e sceglie il corpo di una donna come bersaglio, non sta impazzendo: sta applicando un codice di potere che la società non ha ancora avuto il coraggio di sradicare.
Basta con la narrazione della gelosia come forma di amore. Basta con l’umanizzazione forzata di chi agisce con disumanità. Ogni volta che giustifichiamo un controllo ossessivo o sminuiamo la portata di una prevaricazione, stiamo affilando la lama del prossimo femminicidio.

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