Di Domi Di Crocco
In un Paese dove la fiducia nelle istituzioni è da anni sotto stress, la recente riforma della Corte dei Conti – in discussione al Senato e con approvazione che potrebbe arrivare in questi giorni di fine anno – non è semplicemente un “aggiustamento tecnico” dell’ordinamento contabile. È, piuttosto, un atto di potere con conseguenze profonde sul ruolo stesso di uno dei pilastri della garanzia pubblica.
La Corte dei Conti nasce come presidio di legalità nella gestione delle risorse pubbliche: verifica i bilanci, sanziona gli sprechi, controlla che i soldi dei cittadini non finiscano in storture e inefficienze. È questo ruolo di “cane da guardia” che oggi rischia di essere fatto a pezzi da una riforma che – al netto delle formule tecniche – sposta l’assetto del controllo pubblico verso un modello più permissivo e, paradossalmente, più indulgente verso il potere politico e amministrativo.
Un punto di forte controversia riguarda la limitazione della responsabilità per colpa “non grave”: secondo il testo, amministratori e dirigenti pubblici non potranno essere chiamati a risarcimenti superiori al 30% del danno e comunque non oltre due anni di stipendio, anche in presenza di seri sprechi o malversazioni. In sostanza, una larga fetta del danno erariale – ben il 70% secondo i magistrati – ricadrebbe sulla collettività.
Ma la questione non si ferma ai numeri. Il controllo preventivo di legittimità, cioè la funzione in base alla quale la magistratura contabile verifica gli atti prima che producano effetti, viene smantellato nell’impianto attuale della riforma: non è più una prassi sistematica ma diventa “su richiesta” dell’amministrazione stessa o degli organi politici. È un cambio di prospettiva che – al netto delle buone intenzioni dichiarate – rischia di trasformare il controllo in semplice “etichettatura” di procedure già decise.
Il risultato rischia di essere paradossale: maggiore opacità nei processi decisionali, minori controlli effettivi, e una magistratura contabile relegata a ruolo di supporto consultivo anziché di guardiano indipendente. In un quadro in cui la spesa pubblica, il Pnrr e i fondi europei vengono continuamente sbandierati come strumenti di rilancio del Paese, togliere o indebolire i meccanismi di controllo costituisce un rischio politico e civico non trascurabile.
Le difese della riforma – che arrivano dalla maggioranza politica e da parte della pubblica amministrazione – insistono sulla necessità di “snellire” e “sostenere” l’azione degli enti locali e del Governo, ricordando come l’attuale sistema possa generare paure di firmare eccessivi atti di controllo (la famosa “paura della firma”). Anche figure autorevoli come il presidente dell’Autorità Anticorruzione arrivano a sostenere che un controllo preventivo più “collaborativo” sia lo strumento migliore per evitare blocchi e inefficienze.
Tuttavia, la linea dei magistrati contabili e di buona parte degli osservatori è chiara: non si tratta di un aggiustamento tecnico, ma di una trasformazione culturale del ruolo di controllo pubblico. In un Paese in cui gli scandali di spesa e le inefficienze non sono fenomeni sconosciuti, smussare gli strumenti che verificano l’uso delle risorse pubbliche può facilmente tradursi in un ulteriore motivo di sfiducia verso chi governa.
In definitiva, la riforma della Corte dei Conti non può essere letta solo attraverso il prisma delle “semplificazioni burocratiche” o della retorica di efficienza. È, anche e soprattutto, una scelta di assetto istituzionale che pone una domanda più ampia a chi oggi è chiamato a decidere: quale ruolo vogliamo per il controllo democratico in Italia? Una risposta affrettata e imbastita in fretta, tra Natale e Capodanno, non sembra il modo migliore per dare fiducia ai cittadini che – proprio come contribuenti – pagano il conto delle scelte politiche e amministrative.
















