“I numeri raccontano una storia positiva che riguarda tutto il Paese”. Lo afferma il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi commentando il rapporto del Centro studi di Unimpresa
che evidenzia un valore complessivo delle società quotate che nel 2025 è cresciuto del 23% a 808 miliardi di euro, rendendo Piazza Affari “più grande, più liquida e sempre più internazionale”.
“La crescita del valore delle società per azioni, che supera ormai i 3.900 miliardi di euro, non è un dato astratto o riservato ai mercati finanziari, ma – continua – rappresenta una ricchezza reale che rafforza il sistema economico nazionale, sostiene imprese, lavoro e risparmio e contribuisce alla solidità complessiva dell’Italia. Un mercato che cresce è un Paese che genera valore e opportunità diffuse. D’altra parte la borsa Italiana che ha raggiunto i suoi record ad oltre 44.000 punti, è quella maggiormente cresciuta in valore in Europa in questi ultimi due anni.
Allo stesso tempo l’aumento significativo delle quote detenute da investitori stranieri, in particolare nelle società quotate, è la conferma che l’Italia è tornata a essere attrattiva sui mercati internazionali”. Longobardi sottolinea come “i capitali esteri non arrivano per caso: scelgono contesti stabili, affidabili, con fondamentali solidi e una prospettiva di medio-lungo periodo. Questo significa che il nostro sistema economico viene percepito come credibile e competitivo, nonostante le difficoltà del quadro globale. La sfida ora è trasformare questa fiducia in investimenti produttivi, innovazione e crescita dell’occupazione”. “Valorizzare il capitale che entra dall’estero e quello che resta saldamente nelle mani di famiglie e
imprese italiane deve diventare una priorità della politica economica, perché solo così la ricchezza generata dai mercati potrà tradursi in benefici concreti per tutto il Paese” conclude.
Questo determina anche una maggiore attrattività del nostro paese verso i mercati internazionali. Perche se è vero che il nostro paese soffre di problemi atavici legati al fisco troppo elevato, debito eccessivo e buocarazia in eccesso, da circa tre anni il miglioramento di alcuni elementi e l’emergere di nuovi fattori competitivi hanno invertito questa tendenze, tanto che, nel 2024, l’Italia ha visto aumentare (del 5%) gli investimenti diretti esteri (IDE), in un contesto europeo che ha, viceversa, registrato una diminuzione complessiva. Lo rileva l’ultima edizione dell’EY Attractivness Survey, che riporta per lo scorso anno 224 progetti IDE annunciati, contro i 214 del 2023, confermando la tendenza positiva avviata dal nostro Paese a partire dal 2019, con un picco di 243 progetti annunciati nel 2022. “Il nostro Paese sta dimostrando di essere una destinazione sempre più attrattiva e affidabile per gli investitori esteri: la crescita degli Ide (acronimo di investimento diretto all’estero, ndr) nel 2024 è stata del 5 per cento, mentre la media Ue diminuiva del 5 per cento; con 35 miliardi segniamo il primato nell’Eurozona di Ide greenfield; nel solo primo quadrimestre 2025 abbiamo registrato nuovi investimenti per ben 20,7 miliardi. Questi risultati narrano un Paese sempre più forte, arrivato al settimo posto in Europa, in primis grazie alla stabilità del Governo che rimane la prima garanzia per chi vuole investire”. Ha detto dieci giornii fa il ministro del made in Italy, Adolfo Urso.
Il 2025 sta segnando, sempre secondo lo studio di Unimpresa, un netto cambio di passo per l’economia italiana, anche grazie a un contesto di politica economica che, pur tra molte cautele, risulta meno restrittivo rispetto al biennio precedente.
Nei primi nove mesi dell’anno, il fatturato di imprese e professionisti registra un aumento complessivo di 63,5 miliardi di euro, pari a una crescita del 2,6% rispetto allo stesso periodo del 2024.
Il totale degli incassi sale così da 2.402,7 miliardi a 2.466,2 miliardi di euro, interrompendo la fase di rallentamento osservata lo scorso anno (-32 miliardi da gennaio a settembre 2024) e restituendo un quadro di ripresa più diffusa e strutturata, sostenuta dal progressivo rientro dell’inflazione, da un quadro monetario meno penalizzante e dal dispiegarsi degli effetti delle politiche di sostegno agli investimenti.
















