© foto di SSC Bari
Il Bari arriva all’ultima gara di questo 2025 disastroso – il terzo consecutivo – alla disperata ricerca di tre punti per provare a rialzarsi dopo settimane di prestazioni oltre i limiti dell’indecenza. Una squadra che non accenna a dare alcuna garanzia di gioco, paralizzata da immobilismo societario, dai limiti evidenti e dalle lacune strutturali nella rosa, incapace di giocare e di reagire quando sollecitata, e ora psicologicamente a terra dopo la sconfitta inappellabile in casa contro il Catanzaro che ha di fatto sancito una verità ormai chiara: quest’anno il Bari dovrà lottare solo per salvarsi. Dall’altra parte c’è un Avellino tranquillo a metà classifica, reduce solo dai blitz esterni di Carrara e Bolzano e poi da pareggi anonimi e inevitabili sconfitte tipiche di una neopromossa in B. Tocca ai biancorossi trasformare l’ultima occasione dell’anno in un segnale di orgoglio, più ancora che in una semplice vittoria senza dimenticare che questa potrebbe essere l’ultima apparizione in biancorosso per molti.
Vivarini prova a mandare in campo un’altra formazione con la speranza possa risultare efficace: Cerofolini in porta, Meroni, Pucino e Nikolaou in difesa, Mane, Braunoder, Verreth e Dikmann sulla linea di centrocampo, Castrovilli e Maggiore dietro Gytkyaer.
“Fusse che fusse’ a vorta bbona?” Disse Nino Manfredi nel personaggio del barista Bastiano in occasione di alcune esibizioni televisive degli anni ’50 e ’60? Macché.
Il primo tempo racconta di un Bari che parte finalmente alto, aggressivo, coraggioso, deciso a cambiare pagina e a prendersi la partita. La squadra costruisce, attacca, pressa con convinzione e crea subito l’occasione che potrebbe cambiare tutto: il cross perfetto di Mané, lo stacco poderoso di Braunöder respinto miracolosamente da Daffara e, sulla ribattuta, l’errore inspiegabile di Gytkjaer a un metro dalla porta. Un gol che non si può sbagliare e che pesa come un macigno sull’intera frazione.
Il Bari continua a provarci: Maggiore sfiora il vantaggio infilando l’esterno della rete su palla da fermo di Verreth, poi un’azione ben costruita si conclude con il tiro di Castrovilli fuori bersaglio. È il segnale di una squadra viva, almeno per un tratto. L’Avellino, fino a quel momento innocuo – con l’unico squillo rappresentato da un cross di Missori che non trova compagni – lentamente si sveglia, diventa più aggressivo e costringe i biancorossi ad arretrare.
Da quel momento il Bari perde campo e coraggio: dopo quindici minuti giocati con personalità, abbassa il baricentro, si adatta al ritmo degli irpini e comincia a mostrare fragilità, soprattutto in una difesa dove Nikolaou appare condizionato, timoroso, spesso fonte di incertezze. Anche Castrovilli ha un’altra occasione per cambiare la storia della partita, ma il suo tiro è timido, centrale, facile per il portiere.
Si chiude così il primo tempo: il Bari le occasioni le ha avute rischiando poco, la difesa in qualche modo ha retto pur tra tremolii evidenti, ma resta la sensazione che manchi quel coraggio iniziale e che l’errore clamoroso in apertura continui a gravare sulle gambe e sulla testa di tutti.
Il secondo tempo si apre con un’inerzia ribaltata: l’Avellino rientra in campo più ispirato e deciso, mentre il Bari arretra subito, timido e basso. Poi il lampo biancorosso: su un pallone che sembrava perso, il cross di Maggiore trova Dikmann, che esplode un destro preciso nell’angolino e firma un vantaggio convalidato anche dal VAR. Sembra l’episodio che può cambiare la serata, con Mané che continua a sorprendere in positivo sulla destra, creando superiorità e servendo un altro pallone d’oro che Dikmann questa volta spreca.
Ma il Bari non riesce a gestire: l’Avellino alza i giri, la difesa biancorossa soffre e al 22’ arriva il pareggio di Biasci, complice un intervento troppo incerto di Cerofolini. Da lì in poi è una lenta discesa: le sostituzioni degli irpini, su tutte quella di Russo, mettono ancora più in difficoltà il Bari, mentre i cambi di Vivarini (Rao e Antonucci per Mané e Maggiore) non danno l’effetto sperato. Castrovilli appare senza fiato, Verreth di fatto sparisce dal gioco, e il Bari torna la squadra fragile di sempre, schiacciata, incapace di reagire.
Arrivano altri cambi, dentro anche Bellomo, Kassama e Moncini, ma la squadra non trova più lucidità né coraggio. L’ultima occasione capita proprio a Bellomo, che però la spreca. Finisce così: un Bari che sembrava in partita, ma che ancora una volta si perde quando deve resistere e confermarsi.
C’è amarezza perché, rispetto ad altre uscite, il Bari stavolta ha tenuto il campo con maggiore compattezza e aggressività, mostrando qualcosa di diverso e, per come si era messa la partita, avrebbe probabilmente meritato di più. Poteva chiuderla sul 2-0, non ci è riuscito, e la legge del calcio è spietata: l’errore di Cerofolini sul pareggio pesa, così come pesano cambi ancora una volta poco convincenti (Bellomo inserito tardi, Antonucci fuori ruolo e mai realmente sfruttato come trequartista). La gara è stata tecnicamente povera, ma almeno non si è visto un Bari allo sbando; eppure resta una sensazione inquietante: come scriveva Lewis Carroll, “se non sai dove stai andando, qualsiasi strada ti ci porterà”. Il Bari sembra non avere una direzione chiara, e questo rende ogni piccolo passo ancora più fragile.
I risultati del pomeriggio aumentavano l’urgenza dei tre punti, invece da due gare interne è arrivato appena un punto: una media da retrocessione diretta. Qualcosa di positivo c’è – un po’ più squadra, un po’ più coraggio – ma per la salvezza servirà un Bari diverso. La classifica continua a preoccupare e la mediocrità complessiva è sotto gli occhi di tutti: questa città e questo pubblico non meritano una squadra così in difficoltà.
E qui entra in gioco un concetto chiave del calcio contemporaneo: sono i cambi a fare la differenza. Oggi l’Avellino lo ha dimostrato chiaramente inserendo cinque giocatori capaci di incidere, dare energia, qualità e mentalità, cambiando volto alla gara e schiacciando il Bari nella propria metà campo fino a costruire il pareggio. Il Bari, al contrario, continua a mostrare ingressi tardivi, poco incisivi, incapaci di spostare l’inerzia delle partite quando conta davvero. È lì che spesso si decidono le stagioni.
Per questo motivo, il mercato di gennaio sarà l’unico vero giudice, e Magalini sarà metaforicamente il Pubblico Ministero chiamato a dimostrare competenza, coraggio e capacità operativa: la palla passa inevitabilmente a lui. Serviranno giocatori pronti, immediatamente utilizzabili, non scommesse stanche né nomi di prestigio solo sulla carta. Serviranno uomini veri, di qualità, esperienza e carattere. Non si può continuare a puntare su calciatori bolliti come Vicari o Partipilo, su elementi rivelatisi inutili al contesto come Maggiore, Antonucci, Verreth e Burgio, o addirittura dannosi come Nikolaou. Non si può affidare il destino della stagione al solo Mané, che merita applausi ma non può sobbarcarsi da solo il peso della speranza.
Occorre gente che sappia resistere alla tempesta, perché Bari non merita una squadra così fragile e intermittente. Come scriveva Dostoevskij, “la sofferenza è il prezzo della coscienza”: ora la società è chiamata a dimostrare di aver compreso il momento storico. Il mondo spezza tutti, ma poi molti diventano più forti nei punti spezzati: questo Bari, invece, ogni volta che si incrina, crolla. Se a gennaio non si metterà mano al portafogli, la salvezza rischierà di trasformarsi in una “mission impossible”; e conoscendo la filosofia di sostenibilità della Filmauro – con priorità che sembrano guardare più al Vesuvio che all’ombra di San Nicola – bisogna prepararsi anche allo scenario peggiore. Salvo miracoli, che nel calcio capitano, ma non si costruiscono da soli.
Ora la pausa, dopo un 2025 tra i più brutti della storia del Bari, poi il mercato: servirà scegliere chi davvero vuole lottare fino in fondo. Oggi qualcosa si è intravisto – Dikmann ha mostrato carattere, Mané ha fatto bene – ma chi è entrato dalla panchina ha dato poco o nulla. Come ammoniva Machiavelli, “la fortuna favorisce gli audaci”: è tempo di coraggio, idee chiare e investimenti veri. Altrimenti, il destino rischia di essere già scritto. Ma soprattutto occorre entrare nell’ottica dell’idea che si dovrà lottare per la salvezza e non per altro, occorrerà sporcarsi le mani e giocare col sangue agli occhi. Sempre.
Massimo Longo
















