Di Yuleisy Cruz Lezcano
Scrivo da cittadina e da poeta, con la consapevolezza che raccontare ciò che accade dietro le quinte del potere è sempre un esercizio fragile, fatto più di intuizioni che di certezze, più di crepe che di verità definitive. Eppure, davanti all’attacco americano contro il Venezuela e alla cattura di Nicolás Maduro contro la sua volontà, il silenzio sarebbe una forma di complicità. La libertà, quando viene violata, non ha bisogno di prove notarili per essere difesa: basta riconoscerne l’assenza. È come l’aria quando manca, non la vedi ma sai che stai soffocando.
Maduro portato via, sottratto al suo Paese, diventa un’immagine potentissima, indipendentemente dal giudizio che ciascuno può avere sul suo governo. Un presidente catturato non è solo un uomo sconfitto: è un simbolo. E i simboli, in America Latina, hanno una lunga memoria. C’è chi parla di una resa negoziata, di un patteggiamento onorevole, di una scelta calcolata per salvare la faccia e forse la vita. Non ci credo. Non perché idealizzi Maduro, ma perché credo che egli creda profondamente a ciò che dice e a ciò che rappresenta. Non mi sembra un uomo disposto a recitare il ruolo del martire, né tantomeno a costruirsi una santità politica. Non è Allende, e sarebbe blasfemo forzare questo paragone. Ma proprio per questo, per la sua diversità, rischia di diventare altro: un eroe tragico, suo malgrado, nel racconto delle popolazioni latinoamericane. Non per quello che è stato, ma per ciò che gli è stato fatto.
Qui non siamo di fronte a una distribuzione di aure morali o di valori universali, ma a una redistribuzione brutale del potere mondiale. Gli Stati Uniti non lo hanno mai davvero negato. Donald Trump lo ha sempre detto apertamente: non crede nelle organizzazioni internazionali, non crede nell’ONU, guarda con fastidio l’Unione Europea, considera queste strutture corpi morti, ostacoli inutili, entità che non rientrano nella sua visione del mondo.
La sua è una mentalità profondamente transazionale, radicalmente capitalista nel senso più nudo del termine: rapporti diretti tra Stati, tra potenze, fatti di interessi precisi, di contratti, di ricatti, e, se necessario, di guerre. In questa logica non esiste un ordine internazionale condiviso, ma solo una mappa di zone di influenza da controllare. L’emisfero occidentale, per Trump e per l’apparato politico ed economico che lo sostiene e che lo ha riportato alla presidenza, significa le Americhe. Non l’Europa, non il mondo. Le Americhe come spazio naturale di intervento, di dominio, di rientro forzato sotto un controllo che si vuole diretto e inequivocabile.
L’attacco al Venezuela va letto dentro questa cornice: non come un episodio isolato, ma come una dichiarazione di metodo. Una dimostrazione di forza che dice al mondo che le regole multilaterali possono essere sospese quando intralciano gli interessi di una grande potenza.
L’opinione pubblica internazionale appare divisa, ma soprattutto esitante. L’Inghilterra osserva con la consueta prudenza atlantista, cercando di non rompere l’asse con Washington pur mantenendo un linguaggio formale di preoccupazione. La Francia parla di stabilità, di diritto internazionale, ma fatica a trasformare le parole in un gesto politico concreto. La Spagna, legata al Venezuela da una storia e da una lingua comuni, si muove tra imbarazzo diplomatico e timore di isolamento. L’Italia, come spesso accade, sembra sospesa, più spettatrice che attrice, consapevole che ogni presa di posizione netta comporterebbe un prezzo che non sa se vuole pagare.
L’Europa nel suo insieme rischia di ritrovarsi schiacciata, senza peso reale, con il cerino in mano sul fronte ucraino, mentre le grandi potenze si spartiscono le priorità altrove.
Perché ciò che accade a Caracas parla anche a Kiev. Zelensky dovrebbe ascoltare attentamente questo silenzio selettivo, questa improvvisa libertà d’azione concessa agli Stati Uniti in un altro teatro. Il messaggio implicito è inquietante: ognuno giochi la sua partita dove può. Se la Russia riuscirà a imporsi in Ucraina, sarà un problema europeo. Gli Stati Uniti, nel frattempo, si occuperanno dei propri interessi strategici ed economici nel loro spazio di riferimento. È una logica cinica, ma coerente.
E la Cina? Tutti la osservano, tutti si chiedono cosa farà. Ma la Cina, almeno per ora, sembra scegliere l’attesa. Non perché manchi di ambizioni, ma perché sa che la proiezione militare globale è un’arte che richiede tempo e cautela. Il suo obiettivo immediato resta Taiwan, non per ideologia, ma per strategia. Il caos, la distrazione americana in Sudamerica, potrebbero diventare un’occasione. La Cina non ha bisogno di intervenire direttamente in Venezuela per trarre vantaggio da ciò che sta accadendo: le basta osservare come l’ordine internazionale si sgretola sotto il peso delle decisioni unilaterali.
In questo scenario, la libertà appare come una parola stanca, ma ancora necessaria. Non è una bandiera da piantare su un palazzo conquistato, ma un respiro collettivo che viene interrotto ogni volta che un popolo non può scegliere il proprio destino. La libertà è una casa che non può essere perquisita da eserciti stranieri senza lasciare macerie morali. E quando un presidente viene portato via con la forza, al di là del giudizio politico, quella casa viene violata.
Forse servirebbe davvero un Che Guevara del XXI secolo, non tanto come figura armata, ma come idea capace di ribaltare l’immaginario dominante, di rimettere al centro una visione del mondo che non sia solo potenza, profitto e controllo. Perché ciò che stiamo vivendo non è un semplice riequilibrio geopolitico, ma una normalizzazione della forza come linguaggio principale delle relazioni internazionali.
Gli inviati di pace, in tutto questo, sembrano figure sbiadite, ombre che arrivano sempre dopo, quando le decisioni sono già state prese e il danno è compiuto. Resta allora la parola, fragile ma ostinata. Resta il dovere di dire che questo attacco va denunciato, che i diritti umani non possono essere selettivi, che la libertà non è credibile se viene imposta con la violenza. E resta la responsabilità di ricordare che ogni impero, prima o poi, cade non per mano dei suoi nemici, ma per l’arroganza con cui ha confuso il mondo con un mercato e i popoli con territori da gestire.
















