Dilaga la protesta in Iran. Sit-in ieri al Gran Bazar di Teheran, rimasto chiuso. La polizia con lacrimogeni disperde i manifestanti
Il sit-in al Gran Bazar di Teheran, cuore pulsante del commercio in Iran, è un chiaro segnale della ferrea volontà dei manifestanti di porre fine ad un regime che ha portato il Paese al tracollo economico.
Malgrado il clima altamente repressivo i manifestanti non intendono fermarsi e, intanto, proprio ieri, il rial è sceso al minimo storico.

Foto tratta da Pixabay
Una protesta bagnata dal sangue
Sarebbero almeno 36 le vittime di questa ondata di violenza che sta insanguinando le vie delle principali città iraniane. Tra esse anche donne e bambini. Dura infatti la repressione delle forze di sicurezza che, oltre ai lacrimogeni, sembra siano arrivate persino a sparare sui manifestanti. Circa 2.000 gli arresti.
Come evidenziato dallo stesso presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, la situazione peggiora di giorno in giorno e sembra sfuggire al controllo dell’autorità.
Con il coraggio della disperazione i manifestanti si sono seduti dinanzi alle forze di polizia, mentre tutti i negozi del Gran Bazar di Teheran erano chiusi. Una sfida aperta, dunque, ad un sistema che ha ridotto la popolazione iraniana al collasso.
Al grido di ‘Libertà’ e con slogan contro l’Ayatollah Khameini, i manifestanti hanno espresso tutta la loro rabbia, la loro sofferenza
Il tracollo economico dell’Iran
Siamo di fronte all’epilogo di un malcontento che si è espresso negli anni con proteste a livello nazionale., sempre represse con estrema durezza da un regime che soffoca ogni pretesa di libertà .
Provato dall’inasprimento delle sanzioni, nonché dalla guerra dei 12 giorni contro Israele, dello scorso giugno, l’Iran ha visto a dicembre il crollo della propria moneta: il rial, ridotto ad una quota di 1,4 milioni per 1 dollaro. Una situazione insostenibile, dunque, che non preannuncia niente di buono.
Secondo notizie trapelate da informatori attendibili si sarebbe ad una svolta che porterebbe alla fine di una teocrazia iniziata nel lontano 1979. E l’Ayatollah Khameini, guida suprema del Paese, sarebbe pronto, unitamente ai suoi familiari ed alla sua corte, a trovare rifugio in Russia.
Intanto Trump, da sempre ostile al regime, ha dichiarato nei giorni scorsi che gli Stati Uniti sarebbero pronti ad intervenire in armi per difendere la popolazione iraniana.
Non solo lacrimogeni
Le notizie si susseguono allarmanti, mentre sui social circolano video raccapriccianti che mettono a nudo una realtà di estrema violenza.
Lunedì scorso infatti le forze di sicurezza, come attestato dai video in circolazione, avrebbero sparato su civili nella provincia di Ilam, 515 chilometri a sud-est di Teheran. Un eccidio che avrebbe causato numerose vittime, anche all’interno di un ospedale del posto
La reazione degli Stati Uniti
Un’azione, questa, definita dal Dipartimento di Stato americano un crimine contro l’umanità che ha soggiunto su X: “Gli ospedali non sono campi di battaglia”.
Intanto l’agenzia di stampa americana Human Rights Activists News Agency monitora l’evolversi degli eventi e rende ufficiale l’amaro bilancio delle vittime di tali proteste.
Il Paese è nel caos e le proteste dilagano ovunque. Sono infatti ben 280 le località teatro delle manifestazioni in 27 delle 31 provincie dell’Iran.
Siamo dunque a una svolta? Alla fine di un regime terribile?
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