Adozione libri di Testi, competenza del Collegio Docenti

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Valditara, Bruti Liberati e l’equivoco del potere: quando il dibattito sui libri di scuola diventa ideologico

Scontro funesto tra Giuseppe Valditara ed Edmondo Bruti Liberati: non tanto per i contenuti specifici della polemica, quanto per il modo in cui una questione tecnica e regolata viene trasformata in un conflitto politico e simbolico. Al centro del dibattito c’è l’adozione dei libri di testo nelle scuole, un tema che ciclicamente riemerge come campo di battaglia ideologico, spesso prescindendo da come le cose funzionano davvero.

L’ex procuratore della Repubblica di Milano, Edmondo Bruti Liberati, interviene con toni allarmati, evocando il rischio di un’ingerenza ministeriale nella libertà di insegnamento e nella scelta dei manuali scolastici. Una preoccupazione che, a prima vista, potrebbe sembrare nobile e persino doverosa. Peccato che parta da un presupposto sbagliato: i ministri dell’Istruzione non hanno il potere di imporre o “far adottare” i libri nelle scuole. Punto.

La normativa è chiara da anni. L’adozione dei testi scolastici è competenza dei collegi dei docenti, nell’ambito dell’autonomia scolastica. Il ministero può emanare linee guida, raccomandazioni, indicazioni nazionali; può esercitare un indirizzo culturale e politico, come è fisiologico in una democrazia. Ma non può decidere quali manuali finiscono sui banchi degli studenti. Continuare a sostenere il contrario significa alimentare un equivoco, se non una vera e propria mistificazione.

Ed è qui che lo scontro con Valditara assume contorni più politici che istituzionali. Il ministro, con un’impostazione culturale dichiaratamente attenta all’identità nazionale e alla storia italiana, diventa il bersaglio ideale di una parte dell’intellettualità progressista, pronta a vedere in ogni sua dichiarazione il preludio a un ritorno dell’“educazione di Stato”. Ma la critica perde forza quando ignora i limiti reali del potere ministeriale.

Bruti Liberati, forte di una lunga carriera nella magistratura, sembra muoversi più da militante culturale che da analista dei meccanismi istituzionali. È legittimo non condividere la visione del ministro, ed è sacrosanto difendere il pluralismo culturale nella scuola. Ma farlo evocando scenari di controllo diretto sui libri di testo rischia di essere controproducente: si finisce per combattere un nemico immaginario, mentre il vero terreno del confronto – quello delle idee, dei programmi, della qualità dell’insegnamento – resta sullo sfondo.

Valditara, dal canto suo, non è esente da responsabilità. Talvolta il linguaggio politico, volutamente provocatorio o identitario, contribuisce ad accendere polemiche che potrebbero essere evitate con maggiore precisione istituzionale. Ma questo non giustifica la confusione tra indirizzo politico e potere amministrativo.

In definitiva, questo scontro dice molto dello stato del dibattito pubblico italiano: si discute di scuola come se fosse un campo di conquista ideologica, dimenticando che è prima di tutto una comunità di docenti, studenti e famiglie, regolata da autonomie e contrappesi. Difendere la libertà della scuola significa anche conoscere – e rispettare – le regole che la governano. Altrimenti, il rischio è che la polemica faccia più rumore della verità.

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