La strategia di Donald Trump sembra aver imboccato un sentiero di escalation totale. Le ultime dichiarazioni del Presidente riguardo a un possibile attacco all’Iran entro 24 ore, qualora le sanzioni e i dazi non dovessero bastare a piegare il regime, non sono che il tassello di un mosaico molto più vasto e ambizioso.
Quello a cui stiamo assistendo non è solo un ritorno alla “massima pressione”, ma una manovra di sovraccarico strategico volta a mettere all’angolo i due grandi rivali sistemici: Russia e Cina.
L’apertura o il riscaldamento di diversi teatri operativi risponde a una logica ferrea: distrarre le risorse di Mosca e Pechino.
Mentre il mondo guarda con il fiato sospeso al Golfo Persico, l’amministrazione Trump si muove su scacchiere che considerava prioritari già nel primo mandato, ma che oggi assumono una valenza esistenziale per la sicurezza americana.
Il rinnovato interesse per la Groenlandia, definita dal Presidente come necessaria “con le buone o con le cattive”, non è un capriccio immobiliare.
In un’ottica di competizione polare, sottrarre influenza alla Russia e bloccare gli investimenti minerari della Cina nell’isola significa assicurarsi il controllo delle rotte del Nord e delle terre rare.
Minacciando l’Iran, Trump costringe Pechino (principale acquirente di petrolio iraniano) a impegnarsi diplomaticamente e finanziariamente in Medio Oriente, lasciando scoperti altri fianchi.
Dopo l’incursione lampo e la cattura di Maduro all’inizio del 2026, il Venezuela è diventato il laboratorio della nuova politica estera.
L’obiettivo è chiaro: ristabilire il primato statunitense nell’emisfero occidentale (la cosiddetta Donroe Doctrine). Controllando le riserve petrolifere venezuelane, Trump non solo colpisce gli interessi energetici russi e cinesi nella regione, ma ottiene una leva di ricatto energetico globale.
Mentre Russia e Cina sono distratte dal rischio di un conflitto su vasta scala in Iran e dalla pressione militare nei pressi dei loro interessi economici (Venezuela e Artico), Trump cerca di forzare la mano su Kiev. L’idea è quella di negoziare una chiusura del conflitto ucraino da una posizione di forza assoluta, sapendo che Putin non può permettersi un’escalation simultanea su troppi fronti caldi.
La scommessa di Trump è che né la Cina né la Russia abbiano la capacità — o la volontà — di sostenere contemporaneamente l’economia iraniana, le pretese in Ucraina e la difesa dei propri asset in Sud America.
Tuttavia, la storia insegna che il “caos programmato” può facilmente sfuggire di mano.
Se l’Iran dovesse rispondere militarmente a un eventuale attacco nelle 24 ore minacciate, la distrazione strategica potrebbe trasformarsi in una deflagrazione che non lascerebbe spazio a calcoli di bottega sulla Groenlandia o sui dazi.
Il mondo resta in attesa: è un bluff magistrale per ridisegnare gli equilibri del secolo, o l’inizio di una stagione di conflitti globali permanenti?
La tattica dei “Mille Fronti” di Trump
Last modified: Del 14 Gennaio 2026 alle ore 21:17















