C’è un dolore che non avvisa, che attraversa le giornate in silenzio e resta invisibile finché non diventa irreparabile. Lo racconta Giorgio Perinetti nel libro Quello che non ho visto arrivare, scritto con Michele Pennetti e presentato ieri sera al Circolo Barion di Bari. Non è un ricordo agiografico, non è un monumento alla figlia. È un atto necessario, quasi un’urgenza etica: mettere la propria storia al servizio di chi è ancora nel mezzo della tempesta.
La protagonista è Emanuela, figlia primogenita, talento luminoso, mente rapida, sorriso contagioso. Amava il calcio come si ama una casa: lo frequentava da bambina negli spogliatoi e lo trasformava da adulta in professione, con una determinazione che otteneva rispetto persino nei settori più impermeabili al cambiamento. Dietro la sicurezza con cui trattava manager, dirigenti e giocatori, c’era però una fragilità che lei difendeva con tutte le forze: quella malattia invisibile che è l’anoressia.
Perinetti lo racconta con una sincerità che spiazza: «Se oggi ripenso agli anni precedenti, mi accorgo che qualcosa stava accadendo e io non l’ho capito. Lei aveva costruito una corazza intorno a sé, convinta di doverci proteggere dal suo dolore.» Quando compare il primo cambiamento, non sembra un campanello d’allarme: una dieta più rigida, qualche pasto saltato, un dimagrimento che lei attribuisce allo stress. Poi Emanuela comincia a evitare pranzi e cene, e quando proprio non può rifiutare, si allontana subito dopo. Ogni bugia serve a non far preoccupare nessuno, persino quando inventa malattie diverse dalla sua. «A un certo punto – ricorda il padre – mi disse di avere un tumore e di essersi sottoposta a cure, ed era tutto frutto della mente. È incredibile quanto possa diventare potente la paura di svelarsi davvero.»
Il momento in cui il velo cade arriva quasi per caso, sommando coincidenze e discrepanze. Perinetti chiede, insiste, incrocia versioni, si confronta con amici, professionisti, colleghi della figlia. Alla fine scopre che il problema non è un cancro inesistente, ma un disturbo alimentare che ormai si impossessa della vita di Emanuela. «Avevo davanti mia figlia ed era come se guardassi una sconosciuta. Lei respingeva qualsiasi tentativo di aiuto e io avevo la sensazione di bussare a una porta che non voleva aprirsi.»
Inizia così una corsa disperata. Visite mediche, colloqui, tentativi di convincerla a ricoverarsi. L’anoressia però è una malattia crudele: agisce non solo sul corpo, ma sulla mente, inibendo la percezione del rischio. Quando Perinetti e la sorella Chiara provano a portarla in una struttura specializzata, lei rifiuta. Per la legge italiana, una persona maggiorenne che mantiene lucidità può dire di no. «Ti senti inutile – racconta – come se fossi stato messo ai margini della vita di tua figlia proprio quando lei avrebbe avuto bisogno di essere presa in braccio.»
In un ultimo tentativo, riescono a farla seguire da un centro, e per un attimo sembra che Emanuela voglia tornare alla vita. In ospedale, circondata da padre, sorella e amici, assaggia di nuovo il cibo. «La guardavo mangiare e pensavo che forse il peggio era alle spalle. Ogni piccolo boccone era una vittoria, una scalata faticosa ma possibile.» Ma il corpo ha regole implacabili e non fa sconti: i mesi di privazioni erano troppo pesanti da ribaltare. Un giorno Emanuela cade in casa, non riesce più a rialzarsi. L’ambulanza la trasporta in ospedale con uno stratagemma inventato dal medico pur di intervenire rapidamente. Dopo poche settimane, il 29 novembre 2023, Emanuela si spegne. Perinetti è in treno, diretto verso di lei. «Continuavo a ripetermi che sarei arrivato in tempo per stringerle la mano. Quando mi hanno avvertito, ho sentito qualcosa rompersi definitivamente.»
Il dolore non lascia prigionieri, ma la vita chiede di essere trasformata. È qui che entra in scena Pennetti, che intercetta questo vissuto e lo aiuta a diventare racconto pubblico. All’inizio Perinetti è restio, sente ancora addosso il peso della colpa: «Mi rimproveravo di non aver letto tra le righe, di essermi fidato troppo di quello che vedevo.» Poi accade qualcosa che cambia tutto: una terapeuta gli racconta che una sua paziente, dopo aver letto un articolo sulla storia di Emanuela, aveva deciso di farsi ricoverare. Da allora, scrivere non è più una scelta ma una missione. «Ho capito che la mia sofferenza poteva salvare qualcun altro. E se anche fosse solo una persona, ne sarebbe valsa la pena.»
Il libro diventa allora una denuncia e un invito. Una denuncia contro un sistema che ancora non affronta seriamente i disturbi alimentari, che lascia le famiglie in balia di regole e cavilli e che spesso scambia una malattia devastante per un vezzo estetico. E un invito a essere presenti, invadenti se serve, senza aspettare che i figli chiedano aiuto. Perinetti lo ripete con una convinzione che non ammette repliche: «Non bisogna mai dire: sarà una fase. Le fasi finiscono, le malattie crescono.»
Accanto al dolore, però, c’è anche ciò che lui definisce “il bello che resta”: ricordi che emergono come immagini nitide, radicate nella vita vera. La figlia bambina che tira rigori a bordo campo, i calciatori che la coccolano come una mascotte di famiglia, la capacità di farsi spazio in un mondo che spesso non perdona incertezze. «La sua energia non è scomparsa, soltanto ha cambiato forma. Ritorna quando entro in uno stadio, quando qualcuno pronuncia il suo nome, quando una ragazza in un liceo mi dice che si è riconosciuta nella nostra storia.»
Oggi il libro è diventato anche uno strumento: incontri nelle scuole, borse di studio intitolate a Emanuela, testimonianze che non cercano commiserazione ma consapevolezza. A chi vive una sofferenza simile, Perinetti lancia un messaggio che sembra scolpito nel cuore: «Non tenetevi tutto dentro. Parte della cura comincia nel condividere il peso con chi vi ama.» Ai genitori, una supplica: «Fate domande, non credete ai silenzi rassicuranti. Ascoltate i cambiamenti minuscoli: spesso sono quelli che raccontano la verità.»
Forse è vero ciò che scriveva Albert Camus: anche nell’inverno più nero c’è il seme di un’estate possibile. Perinetti ha trovato il suo seme nella voce della figlia, che ora parla attraverso la sua. E se questo racconto impedirà anche a una sola famiglia di scoprire troppo tardi ciò che non aveva visto arrivare, allora Emanuela continuerà a vincere la partita che la vita le ha tolto.
Massimo Longo











