Intervista, di Fedele Eugenio Boffoli, a Chiara Corbo
Chiara Corbo, vive e lavora a Trieste, musicoterapeuta e logopedista, svolge, da alcuni anni, la libera professione; è inoltre docente all’Università di Trieste, una vita dedicata alla Musica e all’educazione del linguaggio e dei suoni, più arti concentrate in una…
Esatto, per me queste competenze non sono mai state separate. La musica, il linguaggio, la comunicazione, l’ascolto… sono sempre stati parte di uno stesso percorso, che è nato da una passione profonda e si è poi trasformato in una professione. Non ho mai vissuto la musica come qualcosa “in più”, ma come un linguaggio fondamentale, che può diventare cura, relazione, crescita personale.
Nel mio lavoro di logopedista e musicoterapeuta, cerco ogni giorno di integrare queste dimensioni: il rigore clinico e scientifico da un lato, e dall’altro la sensibilità, la creatività e la capacità di ascoltare oltre le parole. Che si tratti di un bambino, di un adulto o di un contesto educativo, la musica e il linguaggio si incontrano sempre: nel ritmo, nella voce, nel silenzio, nella relazione. Credo molto nel potere trasformativo dell’educazione sonora, soprattutto in un’epoca in cui l’ascolto autentico sta diventando sempre più raro. Lavorare con i suoni, con il corpo, con le emozioni che passano attraverso la voce e la musica significa creare spazi in cui le persone possono riscoprire il proprio modo di comunicare e di stare nel mondo.
Tra le sue ultime esperienze è la direzione di un piccolo coro-progetto, da poco costituito, che ha recentemente debuttato, sui temi natalizi, in Piazza della Borsa a Trieste, con utenti e simpatizzanti del “Reparto di Pneumologia” dell’Ospedale triestino di Cattinara, capitanati dal primario prof. Marco Confalonieri e dalla dott.ssa Caterina Antonaglia, pneumologa strutturata presso la stessa U.O., con il supporto dell’Associazione Malattie Respiratorie AMAR-FVG, ce ne parla?
Il progetto ha origini che risalgono a prima della pandemia. Insieme alla dott.ssa Antonaglia, avevamo avviato un percorso di ricerca volto a esplorare come il canto potesse favorire la coordinazione respiratoria nei pazienti affetti da patologie polmonari, con l’obiettivo di coniugare aspetti riabilitativi e relazionali attraverso la musica. Purtroppo, con l’arrivo del Covid-19, siamo stati costretti a sospendere il progetto, proprio nel momento in cui il respiro diventava centrale sia dal punto di vista clinico che simbolico. Ma oggi, con grande emozione, abbiamo potuto riprendere quel cammino interrotto. Il debutto del coro non è stato soltanto una performance, ma un segnale forte di rinascita e condivisione, in cui la musica torna a essere strumento di cura, relazione e benessere, anche in ambito sanitario.
Sembrano aumentati, negli ultimi anni, tra i bambini, i casi relativi ai disturbi dell’apprendimento e del linguaggio, quali secondo Lei le cause?
È vero, le diagnosi di disturbi del linguaggio e dell’apprendimento nei bambini sono aumentate. Le cause sono molteplici, e una delle prime da considerare è la predisposizione genetica. Alcuni bambini nascono con una maggiore vulnerabilità, che riguarda il funzionamento di specifiche aree del cervello coinvolte nel linguaggio, nella memoria verbale o nell’elaborazione delle informazioni. In molti casi, queste caratteristiche si riscontrano anche in altri membri della famiglia, magari in forme più lievi o mai diagnosticate. Ma il fatto che oggi ne vediamo di più non significa necessariamente che ci siano più bambini con queste difficoltà rispetto al passato.
Una buona parte di questo aumento si spiega con l’evoluzione dei sistemi diagnostici, che sono diventati molto più precisi, e con una maggiore sensibilità da parte di famiglie, insegnanti e pediatri. Questo ci consente di individuare più facilmente e più presto anche i casi meno evidenti, e questo è un aspetto molto positivo, perché ci permette di intervenire in modo tempestivo. Allo stesso tempo, ci sono dei fattori ambientali che possono influenzare l’espressione di queste difficoltà. Ad esempio, nei primi anni di vita, l’interazione verbale con gli adulti è fondamentale per lo sviluppo del linguaggio. In contesti dove questa comunicazione è ridotta — magari per un uso eccessivo di dispositivi digitali — il bambino può avere meno occasioni per allenare le proprie competenze comunicative, soprattutto se ha già una predisposizione di base.
Musica e Terapie musicali si costituiscono, da sempre, rimedio o sollievo a stati esistenziali di disagio (ansia, depressione, ecc.). Nell’antica Puglia salentina era, ad esempio, nota la terapia musicale somministrata alle cosìddette “tarantate”, cioè morse dalla taranta durante il lavoro nei campi, in realtà malate psichiatriche…
È vero, la musica ha da sempre un legame profondo con il benessere emotivo, psicologico e sociale dell’essere umano. Fin dalle culture più antiche è stata utilizzata come strumento di espressione, di contenimento del dolore, di connessione con l’altro e, in certi casi, come vera e propria forma di cura. L’esempio della tradizione salentina delle “tarantate” è particolarmente interessante.
Queste donne, colpite da un malessere profondo spesso legato a condizioni di vita estremamente faticose e a forti repressioni sociali e culturali, venivano curate attraverso un rituale musicale e coreutico molto intenso. Il ritmo ossessivo, il suono continuo del tamburello e la danza coinvolgente creavano un contesto catartico, in cui il corpo poteva liberare tensioni, e il dolore psicologico trovava una via di sfogo simbolica e condivisa. Oggi possiamo leggere questi fenomeni alla luce di nuove conoscenze, comprese quelle psichiatriche e neuroscientifiche. Molte di queste donne soffrivano probabilmente di disturbi emotivi o psicosomatici, e il rituale della taranta, pur non avendo un’efficacia clinica nel senso moderno, offriva una forma di sollievo, accoglienza e riconoscimento del disagio. Era una risposta culturale e collettiva a un malessere che non trovava altri canali di ascolto.
L’attuale Società non incoraggia molto lo studio della Musica e delle altre arti, l’azione educativa sembra appiattirsi, sempre più, su modelli e stereotipi omologanti, è solo un’impressione?
In parte è vero che oggi la società non valorizza abbastanza lo studio della musica e delle arti, ma credo sia importante distinguere tra il livello politico-sociale e quello educativo. Nelle scuole, ci sono ancora molti insegnanti appassionati che credono profondamente nel valore formativo della musica, dell’arte e dell’espressione creativa. Nonostante le difficoltà, si impegnano quotidianamente per portare avanti progetti stimolanti, spesso anche con risorse limitate. È proprio grazie a questa passione che l’arte riesce a trovare spazio in molte realtà scolastiche. Il problema sta più a monte: a livello politico e istituzionale, spesso mancano investimenti strutturati e continui. Le discipline artistiche non sempre ricevono il riconoscimento che meritano nei programmi scolastici, e questo le rende vulnerabili, soprattutto quando le priorità vengono spostate su altri ambiti considerati più “produttivi”. Allo stesso tempo, non possiamo ignorare che sta emergendo una nuova consapevolezza, anche grazie alle neuroscienze e alle ricerche sullo sviluppo del cervello, che mostrano quanto l’arte, la musica e l’esperienza corporea siano fondamentali nei processi di apprendimento. Questa integrazione tra scienza e didattica sta aprendo nuove prospettive, e molti educatori stanno cercando di portare avanti un cambiamento culturale, anche se non è semplice.
L’ascolto e il riconoscimento di chi ci è di fronte, sono base indispensabile per qualsivoglia opera di educazione e trasmissione di saperi e linguaggi, concorda?
Sì, concordo profondamente. Prima ancora di trasmettere saperi o strumenti, è fondamentale vedere e ascoltare davvero la persona che abbiamo di fronte, con la sua storia, i suoi tempi, le sue modalità espressive, i suoi bisogni. Senza questo passaggio, ogni trasmissione rischia di diventare un esercizio formale, qualcosa che “cade dall’alto” e che non entra in risonanza con chi ascolta. L’ascolto non è solo un atto passivo, ma un atto attivo di presenza, di empatia e di apertura. E il riconoscimento è ciò che dà dignità alla relazione: dire, anche in modo non verbale, “ti vedo, ti accolgo, ti rispetto per come sei ora”. Questo vale nell’insegnamento, ma anche nel lavoro terapeutico. In musicoterapia e in logopedia, prima ancora di proporre tecniche o obiettivi, c’è l’incontro. E da quell’incontro nasce tutto il resto: motivazione, fiducia, cambiamento. Credo che oggi più che mai, in una società rapida e spesso disattenta, l’educazione debba recuperare questa dimensione dell’ascolto profondo. Solo così possiamo costruire percorsi che siano davvero significativi e trasformativi.
Quali i suoi prossimi impegni?
Nei prossimi mesi sarò coinvolta in diverse attività che intrecciano prevenzione, educazione e intervento clinico. Continuerò il mio lavoro come logopedista in libera professione, che resta il cuore della mia attività quotidiana, accanto all’ascolto delle persone e ai percorsi individuali di cura e supporto. Porterò avanti anche alcuni incontri di prevenzione nelle scuole, focalizzati sullo sviluppo del linguaggio e della comunicazione nei bambini. Credo molto nell’importanza di lavorare in modo precoce, e questi momenti di confronto con educatori e famiglie sono fondamentali per costruire consapevolezza e fiducia. Un altro progetto a cui tengo particolarmente è un laboratorio musicale nelle scuole dell’infanzia, promosso dal Comune di Trieste, rivolto in particolare a famiglie di origine straniera. L’obiettivo è favorire l’integrazione attraverso la musica, che può diventare un linguaggio comune, capace di creare connessioni e facilitare la comunicazione, anche al di là delle parole. Infine, continuerò a insegnare all’Università di Trieste. È un ambito che arricchisce molto anche me, perché mi permette di riflettere, aggiornarmi e confrontarmi con studenti e colleghi.
Nelle fotografie, fonte Web: Chiara Corbo e il coro “Respirar cantando”















