Quando i dati smettono di essere numeri e diventano politica
Roma – Il seminario tenutosi , oggi , 15 gennaio a Palazzo Giustiniani, dedicato a dati di qualità, politiche pubbliche e cooperazione inter-istituzionale, è stato uno di quei momenti, rari ma preziosi, in cui le istituzioni smettono di parlarsi addosso e iniziano davvero a parlarsi tra loro.
Non perché siano state pronunciate parole nuove in senso assoluto — “qualità dei dati”, “valutazione delle politiche”, “innovazione amministrativa” fanno ormai parte del lessico corrente — ma perché, finalmente, queste parole sono state collocate nel luogo che spetta loro: il cuore del processo decisionale pubblico.
Cosa dice l’indagine ISTAT
In Italia, i dati hanno spesso una vita sfortunata. Secondo l’Indagine ISTAT sulle fonti statistiche (2024), il 62% degli enti pubblici segnala difficoltà nel reperire dati aggiornati e di qualità, con un conseguente impatto negativo sulle capacità di valutazione e monitoraggio delle politiche. Vengono prodotti con fatica, accumulati con zelo e poi, troppo spesso, lasciati ai margini delle decisioni che contano. Si legifera, si programma, si spende (nel 2023 la spesa pubblica italiana ha superato i 900 miliardi di euro), senza che l’evidenza empirica diventi davvero bussola dell’azione pubblica. Il messaggio che è emerso con chiarezza dal confronto tra Senato, Camera, Istat, Presidenza del Consiglio e mondo accademico è invece semplice e, proprio per questo, dirompente: senza dati affidabili, condivisi e leggibili, la politica naviga a vista.
W la democrazia
Colpisce positivamente che questo discorso non sia rimasto confinato a un piano tecnico. Il tema della qualità dei dati è stato affrontato per quello che è: una questione democratica. Il Rapporto OECD 2025 sulla trasparenza e fiducia nelle istituzioni mette in evidenza come la mancanza di dati trasparenti e verificabili contribuisca a un calo del 15% nella fiducia dei cittadini nelle istituzioni pubbliche. Dati scadenti producono politiche deboli; politiche deboli alimentano sfiducia; la sfiducia, alla lunga, erode le istituzioni. È un circuito che conosciamo bene, e che non si interrompe con slogan o riforme annunciate, ma con infrastrutture cognitive solide.
Un altro elemento degno di nota è il richiamo costante alla cooperazione inter-istituzionale. In un Paese dove, secondo un recente studio dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani, 2025), solo il 40% degli enti locali condivide dati con altre amministrazioni, parlare apertamente di condivisione dei dati non è scontato. Farlo dentro il Senato della Repubblica, con il coinvolgimento diretto dei vertici amministrativi, è un segnale politico prima ancora che organizzativo.
Dalla consapevolezza alla pratica
Certo, resta aperta la domanda più difficile: quanto di questa consapevolezza si tradurrà in pratica quotidiana? Perché la vera sfida non è organizzare seminari di alto profilo — esercizio riuscito — ma cambiare abitudini radicate. Integrare la valutazione ex ante ed ex post delle politiche, come indicato dal Piano Nazionale di Valutazione delle Politiche Pubbliche (2024-2027), accettare che i dati possano smentire intuizioni politiche, investire competenze dove oggi ci sono solo adempimenti formali (secondo il Rapporto Formez PA 2025, solo il 25% dei dipendenti pubblici è formato sull’analisi e gestione dei dati).
Il contributo del mondo accademico
In questo senso, il contributo del mondo universitario e della ricerca non dovrebbe essere ancillare ma strutturale. Non come consulenza occasionale, bensì come parte integrante di un ecosistema decisionale che tenga insieme rigore scientifico e responsabilità politica, come auspicato dal Manifesto per la Data Science nella Pubblica Amministrazione, promosso da CNR e Università italiane nel 2025.
Il seminario di Palazzo Giustiniani non risolve nulla da solo, ma indica una direzione. Ed è già molto, in un contesto in cui troppo spesso si confonde la velocità con l’efficacia e l’opinione con l’evidenza. Se davvero vogliamo politiche pubbliche migliori, dobbiamo partire da qui: dal riconoscere che i dati non sono un fastidio tecnico, ma una forma di rispetto verso i cittadini.
E forse, finalmente, anche un atto di buona politica.
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