Il Bari nella notte più buia: dall’illusione alla resa, la Serie C ormai dietro l’angolo

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© foto di SSC Bari

Con l’avvio del girone di ritorno si riapre il sipario su un campionato che per il Bari continua a essere un esercizio di frustrazione. Al “San Nicola” arriva una Juve Stabia che all’andata, sul Golfo di Napoli, riuscì inspiegabilmente a non perdere una gara che ancora oggi resta avvolta nel mistero, uno di quelli destinati a non avere mai risposta. I campani, autentica rivelazione della Serie B e stabilmente ancorati alla parte sinistra della classifica, si presentano però con un rendimento esterno tutt’altro che irresistibile: quattro sconfitte, quattro pareggi e un’unica vittoria, a La Spezia. Sarebbe la partita giusta, per una squadra normale, magari con limiti evidenti ma dotata di carattere, per provare finalmente a svoltare. Ma questo è il Bari di oggi: incompleto sul mercato di riparazione, fragile mentalmente e ormai prigioniero delle proprie paure, dal quale non sembra più lecito attendersi nulla di buono se non un ulteriore passo verso l’insicurezza. Tra l’altro con i risultasti del pomeriggio e la conseguente classifica, era d’obbligo vincere, pena rimanere nelle poco rassicuranti sabbie mobili del penultimo posto.

Ancora il codice di geometria esistenziale di Vivarini del 4-3-2-1: Cerofolini, Cistana, Pucino, Nikolaou, Mane, Braunoder, Verreth, Dorval, Maggiore, Antonucci, Gytkjaer. Dunque ancora fiducia a giocatori che fino adesso hanno deluso come Antonucci, Gytkyaer, Nokolaou e Maggiore.

Il primo tempo al “San Nicola” si consuma secondo copione, come una tragedia annunciata: il Bari non c’è, la Juve Stabia sì. Sono i campani a fare la partita e a sfiorare subito il gol con l’azione Carissoni–Maistro–Piscopo, tra tacco raffinato, papera di Cerofolini e tap-in mancato. Il Bari risponde con un tiro molle e senza anima di Maggiore, citabile solo per certificare la pochezza offensiva biancorossa.

La Juve Stabia insiste e va ancora vicina al vantaggio con Bellich, che di testa manda fuori di poco a portiere battuto. Il Bari resta incapace di costruire una vera azione, prigioniero di un calcio sterile e timoroso, finché arriva l’inevitabile: rigore per gli ospiti. Zeroli scappa via, Cerofolini respinge, Maistro calcia al volo e il pallone colpisce il braccio di Braunöder. Dal dischetto Candellone, ex di turno, firma lo 0-1, risultato fin lì giustissimo.

Nel finale solo un tiro fuori bersaglio di Verreth interrompe il monologo stabiese. Si va all’intervallo tra i fischi dei pochi presenti. C’è ancora un secondo tempo per provare a ribaltarla, ma se questo è il livello del Bari, più che una rimonta la salvezza comincia ad assomigliare a un’illusione.

Il secondo tempo si apre con l’illusione di un risveglio, una di quelle false partenze che ingannano solo chi ha ancora voglia di crederci. Il Bari prova ad alzare il ritmo, ma è un fuoco pallido: un cross di Verreth si perde nel vuoto perché Gytkjær resta immobile, simbolo di una squadra che non riesce nemmeno a reagire d’istinto. La Juve Stabia, invece, colpisce ogni volta che riparte, sfiorando il raddoppio con Candellone e poi con Correia, mentre Cerofolini tiene in vita i biancorossi più per inerzia che per convinzione.

Vivarini, ascoltando il ticchettio sempre più forte della sua panchina, prova a cambiare volto alla squadra, ma i cambi non spostano nulla: Antonucci, Maggiore, Verreth restano ombre di passaggio. L’unico a lottare davvero è Pucino, stoico e isolato, ultimo baluardo di una dignità che però non basta. Quando anche lui è costretto ad alzare bandiera bianca, la partita finisce idealmente lì.

La Juve Stabia va più volte a un passo dal colpo del ko, col palo colpito da Candellone e altre occasioni sprecate, mentre il Bari si spegne definitivamente, prigioniero di una fragilità mentale evidente. Il fischio finale certifica l’ennesima sconfitta e lascia una sensazione difficile da scacciare: al di là di un girone di ritorno ancora da giocare, questa squadra appare povera di idee, di qualità e di prospettive. La Serie C, più che uno spettro lontano, sembra ormai una destinazione verso cui il Bari sta scivolando senza più opporre resistenza.

C’era una frase che, riletta oggi, suona come una beffa: «Vedo bene la squadra, siamo sulla strada giusta, ci serve una vittoria». E meno male che Vivarini l’aveva vista bene, questo Bari. Perché la sconfitta contro la Juve Stabia non è un incidente di percorso, ma l’ennesimo tassello di una stagione che ha ormai assunto i contorni di una lenta e inesorabile agonia. Commentarla diventa ogni volta più faticoso, perché tutto è già stato visto, detto, previsto.

Colpisce, in questo quadro desolante, la figura dello stesso Vivarini, protagonista di una metamorfosi degna di Ovidio. Fino a pochi giorni fa appariva serio, quasi affranto, consapevole della gravità della situazione; poi, all’improvviso, eccolo ringalluzzito, rassicurante, convinto di aver visto un Bari “in crescita”. Una trasformazione repentina, incomprensibile, che stride violentemente con ciò che il campo continua a raccontare. E qui le colpe dell’allenatore diventano evidenti: perché se è vero che la rosa è modesta, è altrettanto vero che questa squadra non ha un’identità, non ha gioco, non ha anima. E questo, nel bene e nel male, è responsabilità di chi la guida.

Il campo, infatti, resta l’unico giudice che non si lascia ingannare. E il verdetto è impietoso: il Bari è una squadra fragile, confusa, tecnicamente povera, composta da giocatori che spesso sembrano ignorare il peso della maglia che indossano. Una squadra che ha dimenticato come si tira in porta. Continuare a parlare di segnali positivi, di strade giuste, suona come un’offesa all’intelligenza di una tifoseria ormai stanca, che ha abbandonato lo stadio lasciando spazio a pochi, stoici irriducibili. A loro va il rispetto; a chi continua a raccontare una realtà parallela, molto meno.

Non è questione di accanirsi sui singoli, perché il problema è strutturale. Il centrocampo è disastroso, l’attacco inesistente, la difesa rattoppata. L’unico a salvarsi è stato il veterano Pucino, mentre intorno regna il vuoto. I cosiddetti rinforzi? Uno in campo che non lascia traccia (Cistana), due ragazzini senza esperienza in panchina presi non come sesta-settima scelta (leggasi scarto) dal Frosinone, dal Monza, dal Pisa o dal Sassuolo ma dalla sesta-settima scelta (leggasi scarto) della Juve Stabia che chissà se mai giocheranno, Benedetti fermo da due anni in arrivo, i “baresi” da “Chi l’ha visto”, Vicari che ha gettato la spugna, altri che farebbero meglio a cambiar mestiere con il Bari penultimo a metà gennaio. Una fotografia impietosa di una gestione che sembra aver messo in conto la retrocessione.

E allora il sospetto diventa sempre più concreto: possibile che nessuno senta l’urgenza di una scossa vera, devastante, per salvare almeno la dignità prima ancora della categoria? Allenatori che resistono nonostante numeri impietosi, dirigenti che parlano come se la classifica fosse un dettaglio, una società che tace. È un concorso di colpe evidente, nel quale anche Vivarini ha un ruolo centrale, perché un allenatore non può limitarsi a constatare, deve incidere. Qui, invece, tutto resta immobile.

La Serie C, oggi, non è più uno spettro lontano ma una prospettiva concreta, quasi inevitabile, se non accade un miracolo. E il rischio è di assistere all’ennesima farsa, già vista due anni fa: dentro l’allenatore della Primavera, Michele Anaclerio, come fu per Giampaolo. Con una differenza sottile ma decisiva: non sempre c’è una Ternana pronta a regalarti la salvezza. Una volta è Natale. Il resto dell’anno no.

Massimo Longo

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