Golden power, quando il potere non pesa abbastanza
Roma – una parola negli ultimi anni è entrata stabilmente nel lessico della politica economica italiana: golden power. Doveva essere lo scudo, la leva ultima dello Stato per difendere asset strategici, filiere industriali, pezzi di sovranità economica. Eppure, ogni volta che il golden power viene evocato – o non viene usato – resta la stessa sensazione: uno strumento potente, ma maneggiato con estrema cautela. Forse troppa.
Il caso che coinvolge interessi francesi riaccende una domanda scomoda: perché il golden power sembra funzionare sempre meglio quando serve ad altri e meno quando dovrebbe servire all’Italia? E, soprattutto, che ruolo ha avuto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti in questa partita?
Il silenzio consapevole del Ministro Giorgetti
Giorgetti non è un politico qualunque. È considerato un uomo pragmatico, poco incline agli slogan, molto più vicino ai dossier che alle bandiere. Proprio per questo, quando il golden power non viene esercitato fino in fondo, il silenzio pesa più di mille dichiarazioni. Non perché manchi la competenza, ma perché si ha l’impressione che la scelta sia stata consapevole.
La Francia difende la sua Nazione
La Francia, va detto, non ha mai avuto lo stesso pudore. Parigi difende i propri campioni nazionali con decisione: nessuna esitazione, nessun imbarazzo nel dire che l’interesse nazionale viene prima del mercato. In Italia, invece, continuiamo a raccontarci che la neutralità sia una virtù, anche quando si traduce in rinuncia.
Allora viene da chiedersi: Giorgetti ha scelto di non forzare la mano per evitare uno scontro politico-diplomatico? Ha ritenuto che il costo di una difesa muscolare fosse superiore al beneficio? Oppure il golden power, nella pratica, è diventato uno strumento più simbolico che reale?
C’è una narrazione ricorrente secondo cui “i mercati non vanno disturbati” e “l’Italia deve dimostrarsi affidabile”. Ma affidabile per chi? Per gli investitori esteri o per il proprio sistema industriale? La linea è sottile, e spesso viene superata senza nemmeno accorgersene.
Carenza di tutela Nazionale
Il problema non è solo una singola operazione o un singolo via libera. È l’idea che la tutela dell’interesse nazionale sia sempre negoziabile, mentre quella degli altri no. Quando un Paese come la Francia difende i propri asset, lo chiama strategia. Quando l’Italia non lo fa, lo chiama responsabilità. Ma a pagare il conto, alla fine, sono sempre gli stessi: lavoratori, filiere, territori.
Giorgetti probabilmente rivendicherà – a ragione – la complessità del contesto, i vincoli europei, la necessità di non isolare il Paese. Tutte argomentazioni fondate. Ma resta un vuoto politico: chi decide davvero quando l’interesse nazionale merita di essere difeso? E perché sembra accadere così raramente?
Golden Power, scelta politica chiara
Il golden power non dovrebbe essere un’arma da esibire solo nei comunicati stampa o nelle fasi di emergenza. Dovrebbe essere una scelta politica chiara, leggibile, coerente. Altrimenti diventa un paradosso: esiste sulla carta, ma evapora nel momento decisivo.
Forse Giorgetti ha fatto una scelta razionale. Forse ha evitato un conflitto più grande. Ma la politica, soprattutto quella economica, non vive solo di razionalità. Vive anche di segnali. E il segnale che passa, ancora una volta, è che in Italia difendere se stessi è sempre più difficile che spiegare perché non lo si è fatto.
E questo, più che una questione tecnica, è un problema profondamente politico.











