Marocco,scelta strategica per l’Italia

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Marocco, la porta dell’Africa che l’Italia non può più permettersi di osservare da lontano

Dal Mondo –  Un dato dovrebbe far riflettere più di molti slogan sull’internazionalizzazione: oltre il 60% delle PMI italiane esporta ancora esclusivamente in Europa, mentre l’Africa, secondo la Banca Mondiale, sarà il continente con la più alta crescita demografica ed economica nei prossimi trent’anni. In questo scenario, il Marocco non è una suggestione esotica, ma una scelta strategica concreta.

L’evento organizzato a Roma e raccontato da Lentepubblica ha il merito di riportare il dibattito su un piano pragmatico: non se guardare all’Africa, ma da dove entrarci. E il Marocco, piaccia o no, è oggi quella porta.

Negli ultimi dieci anni Rabat ha costruito un modello che pochi Paesi africani possono vantare: stabilità politica, infrastrutture moderne, accordi di libero scambio con UE, USA e numerosi Paesi africani. Il porto di Tanger Med, primo del Mediterraneo per traffico container, gestisce oltre 7 milioni di TEU l’anno, collegando più di 180 porti nel mondo. Non è un dettaglio logistico: è il cuore di una strategia industriale.

Per le imprese italiane, soprattutto quelle medio-piccole, il Marocco rappresenta qualcosa di raro: un mercato ponte. Non solo destinazione finale, ma piattaforma per l’Africa occidentale e subsahariana. Secondo i dati ICE, oltre 250 aziende italiane sono già operative nel Paese, con una crescita costante nei settori automotive, agroindustria, energie rinnovabili e costruzioni. Eppure, se confrontiamo questi numeri con la presenza francese o spagnola, il divario resta evidente.

Qui emerge un limite storico del sistema Italia: la prudenza che spesso sfocia in immobilismo. Le PMI italiane eccellono in qualità e know-how, ma faticano a muoversi in contesti percepiti come “non familiari”. Il Marocco, tuttavia, è tutto fuorché improvvisazione: zone economiche speciali, incentivi fiscali, costo del lavoro competitivo (circa un terzo rispetto alla media UE) e una forza lavoro giovane – oltre il 40% della popolazione ha meno di 25 anni.

Eventi come quello romano servono proprio a colmare questo gap culturale prima ancora che economico. Non bastano le missioni istituzionali o le strette di mano tra governi: servono informazioni operative, casi reali, errori raccontati senza filtri. In questo senso, il confronto diretto tra imprenditori, consulenti e istituzioni è l’unico antidoto alla narrazione superficiale sull’Africa come “terra di rischio”.

Il tempo è denaro

Il punto, forse scomodo, è che il tempo dell’attesa è finito. Mentre l’Italia discute, altri investono. La Germania ha aumentato del 20% i suoi investimenti in Marocco negli ultimi cinque anni; la Cina lo considera un tassello chiave della Belt and Road Initiative. Restare alla finestra significa rinunciare a una parte del futuro industriale europeo.

Il Marocco non è una scorciatoia, né una soluzione miracolosa. È una scommessa razionale, per chi sa pianificare e adattarsi. Ma come tutte le porte, una volta chiusa, può diventare difficile da riaprire.

E l’Italia, questa volta, dovrebbe avere il coraggio di entrare prima che lo spazio si restringa.

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