Quando la Scuola arriva troppo tardi

Attualità & CronacaLiguria

Di

Il coltello annunciato e il silenzio degli adulti: quando la scuola arriva troppo tardi

La Spezia – Non è morto solo un ragazzo di 19 anni in una scuola di La Spezia. È crollata, ancora una volta, l’illusione che certi segnali possano essere ignorati senza conseguenze. Abanoub Youssef, “Abu”, è stato ucciso in un luogo che dovrebbe rappresentare il contrario della violenza: una scuola, in pieno giorno, davanti a compagni e insegnanti.

La dinamica fa ancora più male perché non arriva come un fulmine a ciel sereno. Quel coltello non era un segreto. Non era la prima volta che Atif Zouhair entrava armato in classe. “In tanti lo sapevano”, si dice. E allora la domanda è inevitabile, scomoda, ma necessaria: perché nessuno è riuscito a fermarlo? Perché, quando i segnali sono evidenti, continuiamo a sperare che “non succederà nulla”, fino a quando succede l’irreparabile?

Ancora una volta parla il silenzio

C’è una tendenza pericolosa, soprattutto tra gli adulti, a minimizzare la violenza giovanile. A leggerla come bravata, come esibizione, come fase passeggera. Il coltello diventa un accessorio da spaccone, un modo per imporsi, finché non diventa un’arma vera, capace di togliere la vita. E quando accade, restano solo i sensi di colpa collettivi, distribuiti tra scuola, istituzioni, famiglie, senza mai trovare un vero responsabile.

Fa impressione pensare a quelle ore davanti al Pronto soccorso, tra preghiere e imprecazioni, mentre un ragazzo lottava per restare in vita. Novanta minuti di rianimazione, tre ore di sala operatoria, poi il silenzio. In quel tempo sospeso si consuma tutta l’impotenza di chi resta fuori, ma anche di un sistema che arriva sempre dopo.

I giovani chiedono ascolto

Non si tratta di cercare un capro espiatorio facile, né di alimentare discorsi sull’origine o sulla nazionalità dei ragazzi coinvolti. Sarebbe una scorciatoia meschina. Qui il nodo è un altro: la solitudine emotiva, l’assenza di ascolto, la mancanza di strumenti reali per intercettare il disagio prima che diventi violenza. E il coraggio, che spesso manca, di intervenire quando “tutti sanno” ma nessuno agisce.

La scuola dovrebbe essere il primo luogo in cui si impara il valore della vita, del limite, della responsabilità. Se diventa teatro di morte, allora qualcosa si è rotto molto prima di quella coltellata. E non basta il lutto, non bastano i minuti di silenzio, non bastano le frasi di circostanza.

Abu aveva 19 anni. Aveva un nome, una storia, un futuro che non conosceremo mai. Ricordarlo significa pretendere che questa tragedia non venga archiviata come un fatto di cronaca nera qualsiasi. Perché quando la violenza era annunciata e nessuno è intervenuto, non è solo un omicidio: è un fallimento collettivo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Traduci
Facebook
Twitter
Instagram
YouTube